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La pentola di terracotta

riflessioni su ricchezza e povertà

NoteTab Light Ricordate l'articolo della "Lettera agli amici" del settembre 2004 intitolato "> Un ventilatore per papà"? Durante il mio ultimo viaggio in Vietnam, lo scorso novembre, ho potuto conoscere Thien, il ragazzo di cui avevamo raccontato la storia.
Gli operatori del Centro di via Phuc Tan mi hanno invitato a partecipare a una delle loro visite ai ragazzi di strada ritornati nei villaggi di origine. Per caso, quella volta andavano proprio nel villaggio di Thien. Volevano rendersi conto della sua situazione e capire il motivo per cui non si era presentato quando l'avevano chiamato per partecipare ad un corso di formazione professionale che gli avrebbe permesso di trovare lavoro più facilmente.
Il ragazzo ha spiegato che in quel momento stava lavorando e non poteva permettersi un periodo di distacco dal lavoro, date le poche occasioni che si presentano; inoltre non voleva passare troppo tempo lontano dal padre ammalato: ora i fratelli si erano sposati ed era rimasto lui solo a vivere con il padre.
Durante questo colloquio, alcuni vicini di casa si sono affacciati dall'esterno alla finestra per esprimere il loro disaccordo e invitare il ragazzo a tornare in città: in campagna ci sono poche possibilità e il lavoro è duro e mal ricompensato.
Il "mito" della città è arrivato fin qui! Per fortuna (penso io) Thien preferisce il suo villaggio, e gli operatori lo sostengono nella sua scelta. La politica dei vietnamiti punta sul miglioramento della vita nelle campagne e non sulla corsa alle città, che tanti disastri ha già creato in molte parti del mondo.
Dopo la visita alla famiglia (nella foto vediamo Thien con il padre, la nonna e lo zio disabile, che si era preso cura di lui quando era piccolo), uno degli operatori del Centro di via Phuc Tan si è recato dal "capo" del villaggio, responsabile dell'andamento della comunità, per prendere informazioni sulla situazione e concordare un eventuale sostegno alla famiglia.
All'uscita dal villaggio ci siamo fermati alla casa di uno dei fratelli sposati. La moglie e un'amica erano impegnate nel ricamo, una delle attività tradizionali delle donne vietnamite. Sparse sul pavimento c'erano alcune tovaglie e lenzuola in lavorazione, con finissimi ricami bianco su bianco.
Tutte le volte che vado in Vietnam, soprattutto quando vengo invitata a entrare nelle case in virtù di quei legami di amicizia che col tempo si sono creati, mi trovo sempre a riflettere su quanto siano relative le concezioni di "ricchezza", "povertà", "qualità della vita".
Mi sono resa conto che la povertà, per i vietnamiti, non si misura sul numero limitato di "cose" che una persona possiede. I veri poveri sono quelli che non hanno relazioni, che soffrono per gli strappi e i vuoti che per svariati motivi si sono creati nella rete familiare e di vicinato in cui vivono. E i veri "ricchi" sono quelli che da poche cose essenziali sanno trarre una vita piena e felice.
Un racconto popolare vietnamita narra la storia di Thach Sung, un uomo ricco e vanitoso che si vantava di possedere tutto quello che si può possedere sulla terra. Per metterlo alla prova, il re indice una gara fra Thach Sung e un suo amico, Vung Khai: ciascuno dei due, a turno, dovrà mostrare un oggetto prezioso, e l'altro dovrà mostrarne sempre uno equivalente.
I due mostrano oggetti d'oro, pietre preziose, profumi, sete e tappeti… Alla fine l'amico mette sulla tavola una pentola di terracotta nera di fuliggine, e Thach Sung deve dichiarare di non possedere un oggetto come quello.
Il re dichiara vincitore Vung Khai, dicendo: "Le vere ricchezze non sono le cose più rare. Thach Sung non può mostrare una pentola di terracotta, che è il primo tesoro di ogni famiglia contadina, come sono tesori i grani di riso, la goccia di pioggia, la gemma che sboccia, il vento sul mare. Thach Sung ha perduto perché non ha occhi che per le perle e gli oggetti rari. Ma che cosa resta di un uomo ricco, spogliato delle sue ricchezze?".

Luigina

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