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Casa tradizionale vietnamita: la scala degli uomini e la scala delle donne, simbolo di armonia nella diversità
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Dopo l'ultimo numero della “Lettera agli amici” sulle esperienze religiose in Vietnam e dopo il seminario con l'amico Hai, che ci ha permesso di mettere a confronto l'esperienza religiosa vietnamita con la nostra, forse non stona una riflessione sulla pace: l'incontro con altre esperienze culturali ci può educare a sperimentare la pace in modo diverso, ma certamente arricchente per gli uni e per gli altri.
Il dialogo che vogliamo mantenere con il Vietnam, e con gli altri paesi che incontriamo, vuole essere un'occasione per imparare a costruire la pace e a conservarla.
Tutte le religioni parlano di pace, vogliono la pace, operano per la pace. Anche il Cristianesimo annuncia la pace, che è il messaggio del Vangelo, ma i discepoli del Cristo troppo spesso sono i responsabili delle guerre tra i popoli. Il messaggio rimane teoria se non è concretizzato, i proclami per la pace lasciano il tempo che trovano se non si trasformano in azioni concrete di pace. Spesso i seguaci di una religione provocano le guerre, e chi paga sono sempre gli ultimi, costretti a combattere e a morire in nome di coloro che le hanno scatenate.
Possiamo dire che non è la religione che fa la guerra; ma quando le religioni sono inserite in una cultura di guerra, la condividono e la rendono sacra. È necessario smilitarizzare le culture, e allora anche la religione sarà smilitarizzata. È vero tuttavia anche il contrario: “Non ci sarà pace tra le nazioni, se non c'è pace tra le religioni” (Hans Kung).
Per raggiungere la pace, bisogna che tutti prendano su di sé la responsabilità dei conflitti e tentino di risolverli prima di tutto all'interno dei propri scontri personali e familiari. La pace non dipende tanto dai vincitori, ma dai vinti; le vittorie non portano alla pace, perché sono il presupposto per creare nuove guerre.
La guerra non è solamente quella combattuta con le armi, ma anche quella che si scatena per l'economia, il danaro, la cultura, oppure attraverso il turismo, e persino con gli aiuti verso i popoli “poveri” o “sottosviluppati”, che sarebbe meglio chiamare “popoli impoveriti”.
Non abbiamo il diritto di parlare di pace se siamo costruttori di strumenti per fare la guerra. Alcuni anni fa in Cambogia, come cooperanti di una ONG italiana, stavamo raccogliendo firme per chiedere che si ponesse fine alla costruzione delle mine anti-uomo. Alcuni professori dell'Università di Phnom Penh stavano per firmare, poi ci hanno guardato e con il solito sorriso dei cambogiani hanno chiesto: “Di quale nazione siete?”. Saputo che eravamo italiani, ci hanno detto: “Preferiamo non firmare da voi. Sulle mine anti-uomo c'è scritto Made in Italy”. Forse eravamo credenti nella nostra ricerca di pace, ma non eravamo credibili ai loro occhi.
Le donne e la pace
Fondamentale per costruire la pace vera è il contributo delle donne: finché alla costruzione della pace non parteciperanno le donne in quanto donne, la pace non sarà possibile.
In molte culture, che spesso noi occidentali chiamiamo “primitive”, le donne non cercano di essere uomini, non entrano in competizione, ma conoscono il loro ruolo e lo mantengono, imponendo agli uomini di rimanere nel loro spazio. Quando conoscono la nostra cultura, queste donne notano con stupore che da noi non esistono compiti precisi, ma che ognuno vuole e pretende di fare tutto. In questo modo vige ed è determinante la legge della competitività, su cui la nostra cultura è fondata.
È necessario per la pace che sia sviluppato l'aspetto femminile che è presente in ogni essere, e quindi anche in ogni uomo. Le donne non hanno il monopolio della femminilità, così come gli uomini non possono monopolizzare la mascolinità: ognuno ha una parte di cromosomi dell'altro sesso. Dobbiamo entrare in dialogo senza voler diventare uguali.
La complementarietà deve essere amorevole, deve creare armonia tra i differenti. Spesso invece c'è egemonia di una parte o dell'altra, ed è questo uno dei motivi delle nostre guerre, sia fra gli individui che fra le culture, i popoli o le religioni.
Non si tratta di mettere in competizione gli uomini e le donne, perché questo porta solo alla guerra. Abbiamo bisogno di complementarietà e di amore: per questo è necessario un grande contributo del femminile e del maschile in armonia tra loro. Le donne hanno il compito di formare una società più umana, più duttile, più amorevole, più flessibile.
Il sole e la luna
Si dovrà imparare ad avere come simbolo non solo il sole, ma anche la luna, che non dà fastidio agli occhi di chi la guarda, non ha luce violenta, non è unica, lascia che le cose esistano senza schiacciarle.
Per costruire la pace, gli uomini dovranno imparare a ricevere e ad ascoltare. All'imposizione del proprio modo di vedere e del proprio potere, dovranno sostituire l'offerta della bellezza, non come vanità ingannevole, ma come autentico atteggiamento di apertura all'altro. Con la lotta si ottiene solamente che l'altro si rinchiuda in se stesso. Così ci si indurisce da entrambe le parti, e l'unica via d'uscita è darsi battaglia per conquistare uno spazio per respirare. Questo vale sia per il maschile che per il femminile.
Qual è la situazione oggi della pace?
È certamente in serio pericolo. Per salvarla dovremo tralasciare i contrasti e comprendere che la pace non si raggiunge con le rivendicazioni, anche se giuste.
La pace comincerà a farsi strada quando saremo capaci di “trovare il tempo per incontrarci a bere una tazza di tè con il vicino di casa”, quando tralasceremo di interessarci agli omicidi e agli assassini che riempiono le pagine dei nostri giornali. Non troveremo mai la pace finché accetteremo che faccia notizia la violenza e imperi l'eccezionale. L'eccezionale è solo maschile e non è reale, è sopruso.
Arrigo Chieregatti
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