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Vietnam, le sfide della pace

Alla fine della guerra, il Vietnam è un paese distrutto. Nel nord c’erano sei città industriali: tre sono state rase al suolo. Tutti i centri urbani sono stati pesantemente bombardati. Sono stati danneggiati o distrutti 300 ospedali, 1500 presidi sanitari, 5000 scuole, 66 su 70 aziende agricole statali.

Si comincia a ricostruire con straordinaria tenacia. Tutti i rottami prodotti dalla guerra vengono riciclati e diventano materie prime per l’industria, ad eccezione di alcuni pezzi raccolti in un parco della memoria ad Hanoi. Con le lattine di birra ricuperate nelle discariche vengono coniate le prime monete della nuova nazione.

Alla situazione  di guerra contro gli Stati Uniti è da aggiungere l'invasione che i vietnamiti hanno fatto della Cambogia contro i Kmer rossi di Pol Pot (1979-1989), e lo scontro con la Cina. Questi eventi, che hanno impegnato il popolo vietnamita in guerre sanguinose,  hanno determinato un impoverimento della popolazione impegnata a sostenere la lotta armata contro varie nazioni limitrofe.

Il blocco economico imposto dagli Stati Uniti (che durerà fino al 1994) e la crisi dell’Unione Sovietica aggravano la situazione. Nel 1986 si decide di avviare una politica di rinnovamento, passando da un’economia centralizzata a un’economia di mercato gestita dallo stato. I risultati economici superano le previsioni.

Ma i problemi non mancano. La promozione dello sviluppo economico comporta una riduzione delle risorse per il sociale, e questo si ripercuote negativamente sulla popolazione più povera. I paesi occidentali fanno pressione per introdurre automobili, coca-cola e fast food in un paese che sta cercando di riabilitare i propri sistemi produttivi e le proprie forme di consumo a partire dai valori della propria cultura e della propria storia. Nasce una borghesia capitalista che rischia di spezzare il legame sociale che ha sempre fatto da cemento alla società vietnamita.

La sfida è aperta. Il Vietnam, che ha vinto una guerra impossibile da vincere, sa che cosa è successo a quei paesi del Terzo Mondo che hanno tentato la via della modernizzazione capitalistica partendo da condizioni materiali simili alle sue. Interi continenti, come l’Africa, sono oggi in rovina.

Per sfuggire a questa trappola, il Vietnam ha la forza della sua tradizione sociale e la prospettiva di un’integrazione regionale con gli altri paesi del Sud-Est asiatico. Se alla concorrenza si sostituirà la collaborazione, questi paesi potranno avere la forza di contrapporsi al rullo compressore della globalizzazione.

La recente crisi economica nel Sud-est asiatico ha colpito in modo particolarmente pesante il Vietnam, ed è stata devastante per i membri più deboli della società. In particolare sono stati colpiti i bambini delle fasce più povere.

L’Unicef, cioè l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa dell’infanzia, afferma che le riforme attuate per passare a un sistema economico maggiormente orientato verso il mercato hanno favorito la crescita economica, ma hanno anche determinato drammatici cambiamenti. Mentre cresce il divario fra ricchi e poveri, l’introduzione di tariffe da pagare per l’assistenza sanitaria e per la scuola ha reso più difficile e in molti casi impossibile l’accesso a questi servizi. Così è cresciuto il numero dei bambini che lavorano, dei bambini che vivono per le strade e dei bambini che diventano vittime del mercato del sesso o di altre attività criminali.

Un fenomeno crescente negli ultimi dieci anni è stato quello dei ragazzi di strada, purtroppo diffuso in tutti i continenti. Si tratta di orfani o di bambini abbandonati o fuggiti da una famiglia in cui erano maltrattati, ma più spesso si tratta di minori spinti dalla povertà ad allontanarsi dalla campagna per guadagnare qualcosa in città.

La loro esistenza è precaria, a rischio sul piano della salute, indifesa di fronte alle mire della criminalità e minata dalla mancanza di educazione e di affetto. Ma per molte famiglie povere, quegli spiccioli guadagnati a fatica sono di vitale importanza. Ngoc, una ragazzina di 14 anni, guadagna quasi due dollari al giorno vendendo biglietti della lotteria. Ngoc spiega che in questo modo le sue tre sorelline possono andare a scuola. E aggiunge: «Spero di guadagnare abbastanza soldi per poter tornare a scuola anch’io, l’anno prossimo…».

Mancano statistiche precise, ma si valuta che ci siano circa 10.000 ragazzi di strada nella città di Hanoi, e 50.000 in tutto il Vietnam. Sono cifre pesanti, ma ben lontane dalla realtà di altri paesi del sud del mondo. In un paese come le Filippine, che ha un numero di abitanti di poco superiore a quello del Vietnam, nella sola città di Manila ci sono 200.000 ragazzi di strada…

Il governo vietnamita sta cercando di affrontare i problemi dei minori con un dettagliato Piano d’azione, indicando una serie di obiettivi che vanno dalla riduzione della mortalità infantile e della malnutrizione alla riabilitazione dei bambini disabili (più di un milione in Vietnam) e alla riduzione del numero dei minori in gravi difficoltà.

In questo contesto si è collocato il progetto, co-finanziato dalla Commissione Europea, a cui ha collaborato l'associazione Dialoghi. Uno degli scopi del progetto era quello di offrire un contributo di solidarietà ai ragazzi di strada di Hoan Kiem, un quartiere centrale della città di Hanoi.

Circa 600 ragazzi cercano di guadagnarsi da vivere per le strade di Hoan Kiem. L’Amministrazione locale vietnamita ha aperto una Casa dove almeno qualcuno di loro possa trovare vitto, alloggio, assistenza medica, sostegno psicologico e possibilità di frequentare la scuola, magari dopo il lavoro. I ragazzi vengono aiutati a rientrare in famiglia, quando è possibile, oppure vengono aiutati a imparare un mestiere che permetta loro di guadagnarsi da vivere, quando hanno l’età per farlo.

Hanoi, per la sua storia, è una città particolare. Non è circondata da quartieri di baracche, come quasi tutte le città del sud del mondo. Conosce la povertà, ma non il degrado di altre periferie tristemente famose. E questo è un segno di speranza.

Il progetto ha sostenuto l'Amministrazione di Hoan Kiem, rendendo possibile un miglioramento delle attrezzature della Casa e un incremento dei servizi resi ai ragazzi di strada e ai bambini svantaggiati del quartiere.

Un’altra iniziativa sostenuta dal Progetto è il Centro giovanile di Hoan Kiem, creato dall’Amministrazione vietnamita come centro educativo, ricreativo e culturale per tutti i ragazzi del quartiere.

Le attrezzature del Centro, che già disponeva di una piccola sala da teatro, sono state migliorate e potenziate. I ragazzi di Hoan Kiem trovano ora la possibilità di esprimersi attraverso il gioco, la musica e il teatro. Hanno a disposizione strumenti per approfondire la conoscenza e allargare gli orizzonti culturali.

Un aspetto importante è stato quello di dare ai ragazzi della Casa di Hoan Kiem la possibilità di frequentare il Centro giovanile insieme ai loro coetanei. Questo contribuirà sicuramente alla loro integrazione nel tessuto sociale della città.

Uno dei punti qualificanti è stata la scelta di sostenere iniziative pensate e promosse dai vietnamiti, con il preciso impegno che i partner europei si ritirino non appena avranno fatto la loro parte. Andare in Vietnam, come in qualsiasi altro paese, significa entrare in casa d’altri, e questo va fatto in punta di piedi, chiedendo permesso, e con un profondo rispetto.

“Dialogo” è una delle parole chiave del Progetto.

Per troppo tempo noi europei ci siamo sentiti il centro del mondo e la misura di tutte le cose. Siamo stati così impegnati a insegnare e a esportare la nostra civiltà da non accorgerci della ricchezza e della bellezza delle altre culture.

È ora di aprire gli occhi, è ora di allargare gli orizzonti, è ora di imparare la reciprocità e il dialogo. E questo significa accettare che le nostre consuetudini, i nostri bisogni, le nostre dottrine e le nostre realizzazioni non sono assolute, ma sono il frutto della nostra cultura.

Significa accettare che ci siano punti di vista estremamente diversi dai nostri in un’ampia gamma di questioni. Significa sapere che non sempre le stesse parole hanno lo stesso significato, e imparare ad ascoltare senza presumere di aver capito tutto.

Quando noi diciamo una parola banale come “strada”, pensiamo a un luogo di transito; pensiamo al traffico, ai veicoli, alla necessità di difendere i nostri bambini dai “pericoli della strada”, creando per loro spazi chiusi dove giocare. Per i vietnamiti, la strada è innanzitutto un luogo dove ci si incontra e si vive. È quindi il luogo naturale dei giochi dei loro bambini. Un progetto di ludoteca sarebbe del tutto estraneo alla loro cultura. Questo è solo un piccolo esempio, ma il prenderne coscienza può portarci lontano, verso i terreni inesplorati del dialogo fra le culture.

 
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