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Una madre racconta

Guardando un uomo di circa 30 anni che corre spedito e forte in un cortile, con un bambino sulle spalle, è difficile pensare che si tratti di un ex-tossicodipendente. 
Sua madre, una donna dagli occhi pieni di gioia, accetta il mio invito e racconta la sua storia.

La mia famiglia circa 20 anni fa ha attraversato una crisi molto grave.
Mio marito, vicedirettore di una impresa, stava sempre fuori casa, si disinteressava della famiglia, si ubriacava spesso e aveva delle amanti.
Io e i miei tre figli facevamo fatica ad arrivare alla fine del mese soltanto con il mio stipendio; così mi impegnavo, dopo il lavoro, a coltivare l'orto per venderne i prodotti. Non avevo tempo per curare i ragazzi.
La figlia maggiore, che era molto brava nello studio, mi aiutava ad accudire il terzo figlio, molto piccolo. Il secondo, adolescente, spesso marinava la scuola. Io ero troppo occupata per poterlo seguire. Quando mi accorsi che si drogava, ormai era troppo  tardi.
In quel momento mio marito chiese il divorzio per andare a vivere con un'altra donna.
La mia famiglia era rovinata, mio figlio si drogava, mio marito mi abbandonava: ero morta dentro. In qualche momento mi successe veramente di pensare alla morte, ma superai quei terribili momenti pensando a quanto i miei figli avessero bisogno del mio aiuto e della mia presenza: dovevo vivere, dovevo uscire da quella situazione!
Ho chiesto aiuto a un medico di grande esperienza, e con un mese di duro lavoro siamo riusciti a disintossicare il ragazzo. Poi bisognava assolutamente allontanarlo, perché non ricadesse di nuovo. Ho chiesto due mesi di permesso non pagato, ho affidato gli altri due figli a mia madre e sono andata nel Sud, dove un mio parente aveva una fabbrica.
Rimasi per tre mesi vicino a mio figlio: gli parlavo, lo incoraggiavo, gli preparavo i piatti che amava, lo portavo a fare lunghe passeggiate...
Alla fine lo convinsi a lavorare nella fabbrica del parente, che lo motivava e lo responsabilizzava. A poco a poco la situazione cambiava. Il ragazzo fu assunto stabilmente nella fabbrica. Dopo aver concordato con il parente il metodo da seguire, io tornai al Nord.
Tenevo
continui contatti telefonici, lo andavo spesso a trovare anche con sua sorella, non gli facevo mai mancare calore e affetto. Lui rispondeva con gratitudine, era contento di migliorare.
Dopo tre anni è tornato: guarito, disintossicato, forte e sano. Abbiamo trovato un lavoro in una officina vicino a casa, in modo da poterlo aiutare se necessario. In seguito si è sposato, ha avuto un bimbo che ora ha quattro anni, è sereno, ha ripreso a sperare, fa progetti  per il  futuro!
Secondo lei, qual è il segreto di questo successo?
Una famiglia unita è la barriera più forte. In una famiglia rovinata, in cui non ci si prende cura l'uno dell'altro, entra facilmente il disagio sociale. Se un figlio è caduto nella droga, la violenza, l'abbandono e gli insulti non servono. Ci vuole comprensione, affetto, amore. Ma anche fermezza e determinazione.
I metodi devono essere duri, il controllo severo.
Il lavoro e il distacco dall'ambiente sono importanti.
I genitori devono partecipare, non si può affidare tutta la responsabilità a qualcun altro: non bisogna nascondere il problema per l'orgoglio della famiglia. Più presto si interviene, meglio è.
In poche parole: l'amore, l'affetto, la determinazione, il lavoro, il tempo, insieme con l'aiuto della medicina e della società, ci aiuteranno ad affrontare il problema.

(dal notiziario del distretto di Hoan Kiem)

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