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Un progetto per il dialogo
fra popoli e culture

di Arrigo Chieregatti
relazione al Seminario di apertura del "Progetto sul disagio giovanile e i ragazzi di strada ad Hoan Kiem, Hanoi"
co-finanziato dalla Commissione Europea, Programma Asia Urbs
Università di Bologna, marzo 2001

Il presente Seminario di studio si svolge in occasione dell’inizio di un progetto, firmato oggi a Bruxelles, che vogliamo realizzare  per i bambini di strada e per i ragazzi di Hoan Kiem, un quartiere della città di Hanoi, in Vietnam.

Il progetto si intitola: “Progetto sul disagio giovanile e i ragazzi di strada ad Hoan Kiem (Hanoi)”. Il sottotitolo è forse più significativo e certamente più esplicativo: “Alleviare la povertà urbana: coinvolgimento delle autorità locali e dei cittadini per realizzare un centro multifunzionale di memoria dell’offesa”.

Possiamo cominciare dall’ultima frase: la memoria dell’offesa. Ci siamo infatti preoccupati che non vengano dimenticate le offese, ma anzi vengano sempre rese presenti davanti ai nostri occhi: l’offesa perpetrata contro il popolo vietnamita; l’offesa contro il popolo italiano, in particolare a Marzabotto; l’offesa in Palestina contro il popolo palestinese; in Sudafrica; in Sudamerica. Tutte le offese. Noi abbiamo scelto quella del Vietnam, perché la città di Marzabotto, capofila di questo progetto insieme a due Comuni partner, quello di Roskilde, in Danimarca, e quello di Hanoi, in Vietnam, ha sentito  il dovere e la responsabilità di gestire questa memoria dell’offesa e di confron­tarsi, in questa memoria, con altre Amministrazioni e con altri popoli.

Voglio iniziare leggendo un brano di un testo del “Notiziario” del Comune di Bologna del 1971. Sono riportate testimonianze di reduci degli Stati Uniti d’America come messaggi di pace per la fine dei conflitti nel Sud Est asiatico. Si trattava di un Convegno organizzato dai prof. Favilli, Calamandrei, Agnoletti sulla responsabilità dell’Occidente riguardo alla situazione nel Vietnam. Ad un certo momento ha preso la parola Natan Hallé, un giovane americano di 24 anni che ha dato con queste parole la sua testimonianza:

“Ho servito il mio paese, gli Stati Uniti d’America, nella guerra in Vietnam dal dicembre 1967 alla fine dell’anno 1968. Il mio lavoro consisteva nell’interrogare. Al mio arrivo in quel paese sono stato assegnato ad una unità speciale. Il mio compito, come mi disse l’ufficiale del Comando, era quello di andare a raccogliere informazioni che avrei dovuto ottenere con ogni mezzo. Personalmente ho usato armi: fucili e pistole per spaventare la gente. Ho dovuto uccidere gente per ottenere informazioni. E questa era la pratica in uso in tutta la mia divisione. La regola era che valeva la pena di uccidere anche tante persone se questo poteva salvare la vita anche di un solo americano. Io e i miei amici eravamo ignari di quello che succedeva: cominciammo ad adattarci a questa regola e finimmo con l’accettare la brutalità e la violenza. Sento la necessità di parlare ad alta voce, di dire a tutti voi la verità. Tornato dal Sud Est asiatico non ho capito come fosse ancora possibile credere nel mio governo; per questo, quando si è presentata l’opportunità, ho parlato di tutto quello che ho visto e che è successo nel Sud Est asiatico”.

Nel legame ideale tra Marzabotto e Hanoi vogliamo anche noi conservare questa responsabilità e questo impegno. Vogliamo non più solo denunciare la guerra, ma anche costruire la pace.

Questo progetto sul disagio giovanile ha due obiettivi:

- sostenere la gestione di una casa per circa 50 ragazzi di strada dai 7 ai 14 anni; sino a questo momento la casa ne ospita solamente 18, in una situazione al limite della sopportabilità. Con il contributo dell’Unione Europea sarà possibile portare a 50 il numero dei ragazzi, provvedendo all’assistenza sanitaria e alla formazione scolastica per tutti;

- sostenere la gestione di un Centro giovanile multifunzionale al centro della città di Hanoi per circa 250 ragazzi. Il Centro prevede quattro settori di attività, che abbiamo chiamato: la casa della cultura, la casa della musica e delle arti, la casa della conoscenza e la casa dei giochi.

I due obiettivi esistono già, e sono ambedue in mano ai vietnamiti. Siamo impegnati a non creare nulla di nuovo, che non sia già previsto dai vietnamiti: i loro progetti potranno essere migliorati, trasformati in meglio, ma non inventati da noi. Il rispetto dovuto ad un altro popolo deve tenere presente che il nostro intervento spesso è solamente di tipo finanziario e non può diventare un condizionamento del loro modo di pensare, della loro cultura e del loro modo di vivere e operare.

Questo è il vero obiettivo del nostro intervento: noi andremo in Vietnam, anzi siamo già stati in Vietnam molte volte, e i vietnamiti sono già venuti in Europa diverse volte. Nella serata di oggi faremo un incontro e l’apertura di una mostra in Provincia con l’Ambasciata vietnamita in Italia, con il Presidente della Provincia, con il Rettore dell’Università di Bologna, con il Prefetto di Bologna e soprattutto con i Sindaci di Marzabotto e di Roskilde in Danimarca, responsabili diretti del progetto. Questo incontro sarà la conclusione di tanti altri incontri che hanno permesso di conoscerci, di parlarci, di apprezzarci e quindi di lavorare insieme. Sono quattro anni che prepariamo questo progetto: l’Unione Europea sovvenziona da oggi il progetto, che sino a questo momento è stato finanziato dalla buona volontà di coloro che hanno creduto all’operazione di scambio tra popoli.

L’operazione, che da oggi prende ufficialmente il via, ha il solito presupposto di ogni progetto: l’aiuto finanziario da parte dei paesi ricchi verso i paesi poveri. Ci è stato detto a più riprese dai funzionari dell’Unione Europea che il motivo di questo progetto consiste nell’apertura di mercati europei in Estremo Oriente; abbiamo bisogno di aprire nuovi mercati per le nostre merci. C’è stato affidato questo impegno, ma il Progetto, per noi, vuole essere solamente un’occasione per creare un dialogo e un incontro tra popoli e tra culture. Vogliamo impegnarci non per proporre modelli occidentali, ma per creare l’opportunità di conoscerci e per creare anelli di solidarietà.

Il progetto Asia Urbs (questo è il nome ufficiale dei progetti che permettono agli enti locali europei di operare in Asia) ha la caratteristica di essere gestito direttamente dagli Enti pubblici: Comuni, Province, Regioni... Neppure le Università possono gestire direttamente il progetto. Le Amministrazioni pubbliche dovranno essere coinvolte in prima persona; con esse potranno collaborare altre imprese pubbliche e aziende private. Ci sarà certamente uno scambio: le aziende collaboreranno a realizzare il programma, le Associazioni di volontariato di fatto collaborano a realizzare i servizi e le iniziative soprattutto in loco, le Università, in particolare di Bologna, di Roskilde, di Hanoi, di Bergamo e di Ancona, saranno impegnate per gli scambi culturali e le attività di formazione richieste dai vietnamiti.

Con questo progetto abbiamo trascinato le Municipalità in una avventura, l’avventura di aprirsi verso orizzonti internazionali. Gli Enti locali spesso non sono abituati a lavorare con queste dimensioni: uscire fuori dall’ambito del proprio Comune o dai problemi di ogni giorno non è stato facile. Purtroppo la dimensione internazionale, soprattutto in Italia,  rischia di non essere presa in considerazione o di essere lasciata nell’ambito del volontariato, degli hobby, senza mai essere vista come una componente del lavoro ufficiale: “E’ tempo perso, o per lo meno è tempo perso per gli impegni che dobbiamo assolvere all’interno delle nostre istituzioni”. Invece dobbiamo esprimere la nostra gioia di collaborare con i Comuni di Marzabotto, di Hanoi, di Hué, di Roskilde, di Ancona per realizzare insieme un progetto sperando che un giorno i Vietnamiti possano realizzare un loro progetto in Italia. Allora sentiremo il peso di altri che vengono a lavorare in casa nostra, di altri che vengono a dettare regole o a dare indicazioni a cui non siamo abituati.

Per questo lavoro ci siamo impegnati da anni: abbiamo iniziato con un gruppo di professori universitari, e ci siamo impegnati a mettere il nostro tempo nell’incontro e nel dialogo tra le culture, tra lingue diverse e religioni diverse. E’ stata inoltre costituita una ONLUS, un’Associazione di volontariato chiamata “Dialoghi”, che ha sostenuto e sosterrà in gran parte l’impegno dell’organizzazione del progetto.

Si tratta non solo di parlare di dialogo, ma di fare dialogo; si tratta non solo di discutere, ma di dialogare tra persone alla pari. Qui sta la difficoltà, perché tra persone ricche (come siamo noi) e chi è povero è quasi impossibile instaurare un vero dialogo, che esige condizioni di parità. Per questo motivo vogliamo mettere in discussione la concezione che il Nord ha dello sviluppo del Sud, e la stessa concezione di aiuto che noi abbiamo, la concezione di solidarietà e anche quella di interesse. Il Nord, i paesi ricchi non si impegneranno mai ad aiutare il Sud tanto da renderlo competitivo con loro: sarebbe addirittura assurdo!

Vorremmo avere il coraggio di invitare il Nord a ritirare i suoi militari, i suoi cooperanti e i suoi missionari. Ritirarli dal Sud per rendere il Sud autonomo, perché possa gestire (e ne è capace) la sua situazione.

E’ da ripensare la centralità di tutti i progetti del Nord verso il Sud. Come c’è anche la necessità di un ridimensionamento di quello che pensiamo di noi stessi. Questa è la vera operazione del progetto, questa è la cosa più importante: l’operazione verso noi stessi, verso casa nostra.

Casa nostra è la parte del progetto che conosciamo meglio, e piuttosto che dare risposte, dovremmo avere il coraggio di porci delle domande. Domande che dovranno rimanere tali per molto tempo, per tutto il tempo necessario per cambiare dentro di noi il nostro modo di pensare e la nostra mentalità.

Chi ha il potere nei progetti?

Che ruolo ha il Nord e che ruolo ha il Sud?

Quale reciprocità e quale interdipendenza sappiamo instaurare nei progetti?

Come si dovrebbe risolvere da parte nostra e da parte loro il problema dell’immigrazione, del debito, dell’istruzione?

Si parla di sviluppo umano sostenibile: cosa significa per il Nord e cosa significa per il Sud?

Quale rispetto esiste da parte nostra per le diversità culturali?

E per i diritti umani?

Insomma, dovremmo avere il coraggio di farci questa domanda: dal momento che anche il Sud fa progetti di cooperazione, qual è il punto di vista del Sud?

Noi facciamo sviluppo e cooperazione solo nei paesi poveri, nei paesi in via di sviluppo, nei paesi sottosviluppati, mentre si fa educazione allo sviluppo solo nei paesi sviluppati. I cooperanti del Sud che lavorano nelle nostre organizzazioni non sono abituati a contestare: sono docili, abituati a seguire supinamente i direttori delle ONG, che sanno chiaramente in mano di chi sta il potere. All’interno delle nostre organizzazioni rischiamo di non avere libertà di fare perché siamo limitati e condizionati dai paesi finanziatori. Dobbiamo operare perché ogni ruolo debba essere rispettato e fare in modo che i politici possano finalmente riprendere in mano il potere che hanno perduto, e non debbano più essere  gli organizzatori dei profitti delle aziende, soprattutto delle multinazionali.

Chi opera nella cooperazione dovrà avere un grande compito in questo senso. Dobbiamo studiare, documentarci in modo serio su quello che facciamo. I politici si assumano le loro responsabilità verso il bene dei cittadini, che non è solamente il bene economico.

Vogliamo imparare uno di fronte all’altro a vivere, a cooperare, a denunciare non tanto nei paesi stranieri le loro mancanze o i loro difetti, ma a denunciare nei nostri paesi le nostre mancanze e i nostri difetti.

Ci sentiamo forse dei piccoli eroi con questo progetto, perché portiamo circa 500.000 euro (con la partecipazione in risorse umane e finanziarie degli enti locali circa 800.000 euro) in Vietnam, ma dobbiamo tenere conto che con il debito internazionale, attraverso il Fondo Monetario Internazionale, i paesi europei sottraggono, agli stessi paesi che aiutano, circa dieci volte di più di quello che danno come aiuto.

Non possiamo tacere che il Fondo Monetario Internazionale raduna anche ad Hanoi le ONG e organizza i progetti di educazione per i bambini di strada. Proprio il FMI che organizza nel mondo la riscossione del debito dei paesi poveri  per i paesi ricchi!

E’ chiaro che quello che ci accingiamo a fare è un cambiamento radicale. È un’avventura che ci impegniamo a percorrere perché non si possa più dire che nell’Occidente esiste “l’unica cultura che ha potuto realizzare il progresso di cui il mondo intero sta godendo”. Questa affermazione è falsa: il progresso che l’Occidente ha realizzato è goduto solo da un terzo dell’umanità, mentre la maggioranza dell’umanità sta soffrendo proprio per permettere ai ricchi la loro vita dispendiosa.

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