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LE ORECCHIE DELLA GIUNGLA
di Bruno Amoroso

 

È noto a tutti che gli Stati Uniti persero la guerra in Vietnam nonostante i bombardamenti a tappeto dei loro B52 su quel paese. In un manifesto appeso nel mio ufficio di Roskilde si vede un aereo che oggi lancia televisioni, radio, frigoriferi, lavatrici e, naturalmente, Mac Donalds e Coca Cola sul Vietnam, mentre i piloti commentano tra loro: "Questa volta vinceremo!".
Per cervelli confusi come i loro, il consumismo occidentale deve essere irresistibile per tutti gli altri, in tutte le parti del mondo. Un vero simbolo della civiltà occidentale. Nel manifesto si vede anche un piccolo vietnamita che guarda in alto verso di loro dalla sua risaia e dice, intuendo il significato del messaggio: "Forse…".
I vietnamiti non sono abituati all’ideologia di vincitori e vinti che ha appestato la nostra vita e la nostra cultura durante tutta la nostra storia. Loro non hanno "vinto" la guerra, ma hanno conquistato il diritto di stare nella terra a cui appartengono. Per le stesse ragioni, difendendo il diritto a conservare la propria cultura "vinceranno la pace", per usare le nostre espressioni abituali.
Oggi il nuovo tentativo di conquistare il paese con mezzi pacifici, imponendo i modelli occidentali di vita e di consumo, assume altre forme. L’aiuto allo sviluppo e la cooperazione sono una parte importante di questa politica. Per tale ragione le ambasciate dei paesi occidentali in Vietnam assomigliano sempre più a centri commerciali dove solo quello che è utile agli affari è utile ai rispettivi paesi (i nostri, ovviamente).
Per la stessa ragione, i rapporti tra aiuto allo sviluppo e affari sono divenuti più stretti, come emerge chiaramente dalle nuove politiche di cooperazione il cui perno, in Danimarca, è il programma "Iniziative per lo sviluppo del settore privato".
Mediante gli "aiuti allo sviluppo" e simili iniziative, gli Stati Uniti e l’Alleanza occidentale riusciranno a "vincere la pace" in Vietnam? Dipende molto da quello che faranno i vietnamiti, ma un piccolo contributo possiamo offrirlo anche noi, come avvenne a suo tempo quando dimostrammo contro la "guerra americana".
Per tali ragioni le politiche per lo sviluppo, che vengono in parte mediate dalle ONG, dalle imprese e da altri che forse non condividono questo atteggiamento aggressivo, dovrebbero ricevere più attenzione.
Esistono vari modi di stabilire un rapporto positivo di collaborazione con paesi come il Vietnam: iniziative diverse possono nascere come solidarietà diretta tra i popoli, e anche come cooperazione economica. In entrambi i casi non è inevitabile un atteggiamento aggressivo o di saccheggio. Ma l’ostacolo maggiore a un rapporto che agisca in modo positivo risiede non nelle nostre azioni, ma nelle nostre forme di pensiero e nella nostra cultura.
Quando si va in Vietnam e si incontrano persone che lavorano nella cooperazione, è impressionante constatare quanto è grande la loro distanza da quella cultura con la quale sono preposti a collaborare. Criticare i servizi degli Affari esteri dei nostri paesi è fin troppo facile. E forse è anche inutile, considerando il potenziale di cui dispongono. Ma di altri rapporti è importante occuparsi.
Nel 1998 fu tenuto un seminario all’Università di Roskilde, in Danimarca, con la partecipazione di rappresentanti di tre Comuni vietnamiti, due italiani e uno danese. Dopo due giorni di discussione e di visite alle istituzioni danesi per l’educazione e per le politiche sociali ci si accordò su due progetti di cooperazione: uno prevedeva la costruzione di un centro culturale e di socializzazione per i bambini di strada di Hanoi (Vietnam), l’altro era collegato alla realizzazione di un nuovo centro abitativo e delle relative istituzioni per persone che da molto tempo vivevano su piccole imbarcazioni lungo il Fiume dei Profumi ad Hue, una città vietnamita della zona centrale del Vietnam. L’obiettivo specifico del progetto era di creare migliori condizioni di abitazione, di lavoro e di vita per queste famiglie, garantendo nello stesso tempo la salvaguardia delle loro tradizioni culturali.
I due progetti nacquero dalla collaborazione di cinque Comuni (Roskilde in Danimarca, Ancona e Marzabotto in Italia, Hue e Hanoi in Vietnam) ed ottennero un co-finanziamento dal Programma Asia Urbs della Comunità Europea.
Cosa abbiamo imparato da questa collaborazione? Gli intenti del programma Asia Urbs erano senz’altro positivi: creare, mediante la collaborazione su un progetto specifico e concreto, un dialogo tra università, autorità locali e persone dei rispettivi paesi. Ma vediamo come i differenti punti di vista si sono incontrati.
Le amministrazioni comunali dei paesi europei erano del tutto impreparate a tale collaborazione. Ma questi non erano i soli limiti, poiché si può imparare dalle esperienze. Il problema fu che le nostre istituzioni "democratiche" non concepiscono di avere qualcosa da apprendere da altre istituzioni e da altri paesi per trasmetterlo poi ai loro cittadini.
La loro sola preoccupazione "democratica" (in Italia e in Danimarca) era di garantirsi contro il rischio che questa collaborazione pregiudicasse il consenso elettorale. Fummo così costretti ad accettare che la partecipazione ai progetti non richiedesse ai Comuni nessuna spesa e che si evitasse di parlarne troppo in modo pubblico, per evitare ogni rischio di critica da parte dei cittadini. In sintesi, la politica per lo sviluppo era una cosa che non amavano affatto. Questo avvenne in due paesi "democratici" e "colti" come la Danimarca e l’Italia.
Le istituzioni vietnamite si comportarono in modo diverso a questo riguardo. Trovarono che gli incontri e le attività tra i loro funzionari e i cittadini fossero una buona opportunità anche per comprendere meglio le nostre posizioni e i nostri metodi. Il loro impegno finanziario e di lavoro nei progetti fu, tra l’altro, enormemente superiore al totale del contributo dell’Unione Europea e dei tre Comuni europei messi insieme. La stampa e la televisione vietnamita diedero sempre forte rilievo alle iniziative in corso.
Le università erano meglio preparate al compito, soprattutto a causa del loro atteggiamento pragmatico che le rende interessate e curiose dal punto di vista scientifico e dell’apprendimento. Ma solo alcuni tra noi pensavano di andare in Vietnam per imparare e non per insegnare. L’atteggiamento più diffuso era che tutto ciò che appariva diverso rispetto al nostro modo di essere e di fare era sbagliato o, nel migliore dei casi, nasceva dal fatto che "non avevano capito".
Quando i vietnamiti visitarono le nostre università, scuole e istituzioni in Danimarca e in Italia, erano molto impegnati a conoscere e comprendere quello che facevamo. Ci chiesero spesso come potevamo sopravvivere con quella forte presenza delle istituzioni e con il ruolo ridottissimo lasciato alla famiglia, al contatto tra generazioni, ecc. Ma subito dopo aggiungevano, quasi per ridurre il peso delle loro domande: "Deve essere così perché siamo diversi".
Non usavano mai le accezioni "migliore" o "peggiore", "buono" o "cattivo", "ricco" o "povero". Le cose erano semplicemente diverse: "per questo dobbiamo prima conoscerle bene, e poi fare qualcosa per migliorarle", dissero.
Scoprimmo ben presto che le nostre rispettive lingue e concetti non esprimevano le stesse cose allo stesso modo. Ci accorgemmo di aver bisogno di qualcosa di più di un traduttore. Decidemmo tutti insieme di dare inizio ad un lavoro per creare un "Glossario" danese-italiano-vietnamita.
I risultati furono sorprendenti. La sorpresa maggiore fu la constatazione che le differenze maggiori esistono tra il danese e l’italiano, mentre i concetti vietnamiti sono più ampi e flessibili rispetto ad entrambe le lingue europee.
Anche tre ONG erano collegate al progetto. Fu un vero disastro. Quelle che da più lungo tempo erano presenti in Vietnam con altri progetti costituivano l’impedimento maggiore a fare qualcosa di nuovo. Per loro il progetto è un lavoro come un altro da fare (just a job to be done, come usano dire gli "americani"); una volta terminato, si può andare tranquillamente da qualche altra parte a fare altre cose. L’idea che il progetto non consistesse nell’aiutare gli altri ma nell’imparare insieme lavorando su un tema specifico era per loro assolutamente inconcepibile.
Che la cosa più importante fosse stabilire rapporti tra le persone, legami sociali che andassero molto al di là del contesto specifico e della durata del progetto, era una cosa assolutamente estranea alla loro mentalità. Provammo a spiegare che non si trattava di denaro, di tecnologie o di una casa più bella, ma di costruire un rapporto tra le persone. Fu fiato sprecato.
Avvenne come nella nota favola di H. C. Andersen dove l’Abete, dopo le feste di natale, relegato in soffitta, racconta con entusiasmo al topolini e ai ratti tutta la storia della sua vita nel bosco, là dove "splende il sole e cantano gli uccelli". Ma i topi ed i ratti continuano a chiedergli se ha mai visto la dispensa dove si conservano formaggi e salumi, quel luogo dove si entra magri e si esce grassi.
Abbiamo tentato ripetutamente di stabilire buoni rapporti con le ambasciate in Hanoi, sia italia che danese. La loro condizione per partecipare alle conferenze ufficiali e rappresentare i rispettivi paesi in progetti europei era che dovevamo farci carico delle spese di viaggio e soggiorno.
Passando davanti all’ambasciata danese a Dien Bien Fu Vej, nella città di Hanoi, si ha l’impressione che i soldi non manchino. Grandi auto in stile safari, dall’inconfondibile gusto coloniale, occupano i parcheggi laddove ci si dovrebbe muovere con discrezione per non suscitare disprezzo o gelosie, a seconda dei casi. Se qualcuno non è ancora convinto del fatto che la nostra politica cerca di far rinascere forme di colonizzazione del Vietnam, uno sguardo alle nostre ambasciate e a chi ci lavora è sufficiente a rimuovere ogni dubbio.
Cosa abbiamo ottenuto da questi progetti?
Abbiamo capito che un progetto di cooperazione può essere un buono strumento se si è sufficientemente preparati allo scopo, e che il modo migliore di aiutare altri è di riconoscere che noi stessi abbiamo bisogno di un grosso aiuto.
Una migliore conoscenza della vita dei vietnamiti, della loro struttura familiare, delle loro scuole e istituzioni, dei loro bambini di strada e delle loro imprese, ha sollecitato un pensiero fortemente critico sulla nostra situazione. Ci ha aiutati a comprendere il significato della differenza tra culture e ci ha indotti a guardarci nello specchio di una cultura tanto diversa dalla nostra.
Il modo in cui in Europa abbiamo organizzato le nostre società ha significato che una serie di funzioni che in precedenza spettavano alla famiglia e alle comunità sono state trasferite alle istituzioni. Invece di ricevere sostegno dalle nostre famiglie e dalle nostre comunità, andiamo nei centri specializzati: le scuole per ricevere istruzione, gli ospedali per ricevere cure se siamo malati, gli psicologi se siamo insoddisfatti, ecc.
Questa istituzionalizzazione di tutte le principali attività della vita comunitaria ha creato numerosi problemi nel nostro angolo di mondo. Per questo è importante osservare come altre società hanno conservato una struttura più sostenibile: troveremo forse qualcosa da imparare per ricreare un rapporto più equilibrato tra istituzioni e condizioni di vita della nostra popolazione.
Nel nostro progetto per i bambini di strada ad Hanoi abbiamo appreso che esistono alcuni punti di vista importanti in molti settori. I vietnamiti hanno difficoltà ad accettare che i bambini debbano giocare e apprendere in locali chiusi. Ritengono infatti che si debba favorire la loro crescita considerando la strada come il luogo dove i bambini si incontrano e giocano insieme.
Quando si ritorna da esperienze di cooperazione come questa non si è cambiati, ma si è diventati persone migliori nel proprio paese. Si è anche imparato a distinguere tra i valori umani di base, come l’amicizia e la solidarietà, e quelle varianti sociali costituite dal modo in cui noi organizziamo le scuole, il lavoro, il consumo e la vita quotidiana in generale.
Le memorie e le testimonianze sulla "guerra americana" in Vietnam raccontano che gli Stati Uniti tentarono di tagliare i collegamenti tra Nord e Sud, lungo la pista Ho Chi Minh, mediante il lancio nella giungla tropicale di false bombe che, invece, erano apparecchiature di ascolto. Si pensava così di poter ascoltare tutto ciò che avveniva sotto il fitto fogliame, in modo da individuare i bersagli per le bombe vere.
I vietnamiti scoprirono questi strumenti e riprogrammarono le attrezzature elettroniche, dirigendo in tal modo gli aerei e le bombe su falsi obiettivi. E divennero così esperti che riuscirono a provocare bombardamenti laddove ne avevano bisogno per aprire nuove strade attraverso le montagne. Si racconta che la loro capacità di calcolo sui crateri aperti dalle bombe divenne tale che si fecero costruire aeroporti nella giungla dirigendo i feroci bombardamenti dei famosi B52. Sfruttarono così le "orecchie della giungla" dell’esercito degli Stati Uniti, trasformando la tecnologia a proprio vantaggio.
Sono convinto che qualcosa di simile stia oggi avvenendo in gran parte del mondo, dove i proiettili della "democrazia" e della "libertà" che l’Occidente tenta di inviare contro i popoli vengono riprogrammati e rispediti al mittente con effetti fortemente destabilizzanti. Penso che dobbiamo fare lo stesso con le nostre politiche di cooperazione, le nostre ONG e le nostre politiche di sviluppo. Dobbiamo riprogrammarle e trasformarle da un nuovo tentativo di colonizzazione del Vietnam e di altri paesi in utili strumenti per la creazione di un mondo migliore.

 

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