Alcuni amici sono rimasti perplessi di fronte all'articolo precedente ("Aiutare… ma come?", aprile 2005).
Per questo riteniamo importante approfondire i presupposti teorici e politici del rischio che corriamo, noi persone ricche,
ad impegnarci per sollevare la miseria dei poveri.
50.000 lire
Erano gli anni '70, durante un viaggio in un paese "sottosviluppato economicamente". C'eravamo preparati a non offendere la povertà delle popolazioni che andavamo ad incontrare. Prima di partire erano state molte le raccomandazioni a non dare denaro, soprattutto ai bambini. Nell'impatto con la miseria alcuni furono talmente colpiti che non resistettero ad aprire il loro portafoglio e dare 50.000 lire a un bambino. Dopo circa mezz'ora una donna del paese, evidentemente la madre del bimbo "fortunato", ci rintracciò e restituì il denaro dicendo: "Siamo capaci anche noi di dar da mangiare ai nostri figli ".
Ci radunammo immediatamente e fummo tutti d'accordo che si doveva chiedere scusa alla signora, perché l'avevamo offesa con la nostra sfrontata ricchezza.
Solamente una profonda amicizia può permettere un aiuto a persone in difficoltà.
Non si tratta di acquietare la nostra coscienza con un intervento che ci rende buoni e bravi ai nostri occhi, ma perpetua il rapporto tra salvatori e salvati che consolida la relazione di dipendenza e di umiliazione tra noi e i paesi in difficoltà. Si tratta invece di mantenere il nodo alla gola e di accusare il colpo allo stomaco nell'impatto con la miseria e di portare il disagio a casa nostra, e lì operare sulla ricchezza dei nostri paesi, che è all'origine della situazione di precarietà della stragrande maggioranza dell'umanità.
Angela e Jago
Circa un anno fa all'Università di Bologna furono invitati due ragazzi, Angela e Jago, di 13 e 16 anni, boliviani. Avevano chiesto di presentare il loro movimento di "bambini e adolescenti lavoratori" (NATs) che chiedono il diritto al lavoro minorile, perché, diceva Angela, "per noi il lavoro è la forma più degna per resistere alla povertà", ed è "un elemento educativo al pari della scuola". Il loro motto è: "No allo sfruttamento, sì al lavoro minorile".
Angela raccontò la sua storia: a cinque anni aveva cominciato a lavorare per guadagnare pochi spiccioli per mantenersi e in seguito per mantenere i suoi fratellini più piccoli. Un racconto di estrema povertà.
Un signore del pubblico, quasi commosso e certamente colpito dalla testimonianza della ragazzina, invitò tutti a impegnarsi per sollevare la miseria dei poveri, denunciando la povertà come problema principe dell'intera umanità. Angela si alzò di nuovo, prese la parola e disse: "Il problema non è la povertà del mondo, ma la vostra ricchezza". Ho ancora davanti agli occhi lo sguardo penetrante e provocatorio di Angela.
Forse non è educativo...
Nel progetto per bambini di strada nella città di Hanoi in Vietnam lavorano, insieme agli operatori sociali del paese, anche giovani volontari vietnamiti. Alcuni giovani italiani ci avevano chiesto di andare per un periodo a lavorare come volontari nel progetto.
Riportammo la richiesta ai vietnamiti. La responsabile locale del progetto non rispose e di fronte alla nostra insistenza ci disse: "Se venissero i tuoi volontari accanto ai nostri, ogni volta che i tuoi apriranno il loro portafoglio, i nostri vedranno tanto danaro, quanto forse non vedranno in tutta la loro vita. E quando andranno a comprare nei negozietti del mercato i regali da portare alla mamma o alla fidanzata, ancora spenderanno tanto danaro quanto i nostri non potranno mai permettersi".
E continuò: "Come possono trovare tanto tempo senza lavorare? Come hanno tanto danaro da pagarsi un viaggio così costoso?" E concluse: "Forse non è educativo che vengano".
Saper fare i conti
Circa otto anni fa si discuteva molto in Occidente, e anche in Italia, del debito internazionale. Ci furono dibattiti, servizi sui giornali, alla radio, alla televisione (ora purtroppo la cosa è passata di moda!). Incontrammo quasi per caso un sociologo dello Sri Lanka, Tissa Balasuriya. Ascoltò per lungo tempo la nostra discussione e le nostre proposte: riduzione del debito, annullamento del debito, raccolta per pagare il debito ai paesi più poveri…
Ad un certo momento, forse irritato dalla nostra buona coscienza, disse: "Perché l'Occidente è ricco? Ce lo dice la storia. Schiavitù, furto, genocidio, colonizzazione: ci si è presi la terra, la gente, le ricchezze. Sono stati sottratti tutti i fattori di produzione. Bisognerebbe calcolare tutto l'oro che è stato portato in Europa, e calcolare l'interesse composto. Facendo questo calcolo per lo Zimbabwe, il risultato è che l'Inghilterra deve allo Zimbabwe dieci volte più del debito di quel paese. Si chiede di cancellare i debiti. In realtà il sud del mondo non ha debiti, ma ha da chiedere un risarcimento. Questa storia va conosciuta, questi conti vanno fatti".
Sono capaci da soli
Nei primi anni '90, quando lavoravo all'Università di Phnom Penh, in Cambogia, ho conosciuto Tiziano Terzani che stava ultimando il suo libro "Un indovino mi disse". Divenimmo amici e mi invitò alla presentazione del libro in una libreria di Bologna. Ad un certo momento mi fece una domanda: "Perché stai in Cambogia?". D'impulso gli risposi: "Per convincere me stesso e tutti gli occidentali a tornare a casa propria, perché i cambogiani sono capaci da soli di risollevare il proprio paese, se noi cambieremo la nostra mentalità nei loro confronti".
Le radici della miseria
Dobbiamo lavorare a casa nostra a non assolutizzare le nostre posizioni, sia sul piano sociale ed economico che sul piano religioso o culturale.
Forse il lavoro più impegnativo e più difficile è quello di sradicare la nostra convinzione che il pensiero occidentale e il modello di vita occidentale siano universali, e che noi occidentali abbiamo il diritto e persino il dovere di estenderli e di imporli al mondo intero.
Dobbiamo renderci conto che le radici della miseria sono qui, nei paesi ricchi dove il denaro è diventato la misura di tutte le cose. Il problema, come diceva Angela, "è la nostra ricchezza".
Qui dobbiamo lavorare!