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Nel grande cerchio della vita
appunti da un incontro con gli indiani d’America
L'impegno con il Vietnam rimane il compito primario di
“Dialoghi”, sia per un confronto con la cultura di quel paese, sia per il
nostro impegno di sostegno alla realizzazione di alcuni
progetti dei distretti di Hai Ba Trung e di Hoan Kiem.
Tuttavia riteniamo importante ampliare le nostre conoscenze avvicinando anche altre culture e prendendo atto
dei problemi di popoli emarginati e semidistrutti dal colonialismo e dalla
cultura dominante della modernità.
In armonia con gli scopi della nostra associazione Dialoghi:
“promuovere o collaborare ad attività culturali (quali
seminari, conferenze, dibattiti, convegni, manifestazioni d'intrattenimento,
elaborazione e diffusione di materiale di approfondimento)
volte a favorire una cultura di pace basata sulla non violenza, il rispetto
dell'habitat naturale e sociale, la reciproca conoscenza, l'interscambio di
cultura e di esperienze fra popoli diversi”,
nell'estate scorsa un gruppo di soci
legato alla rivista “InterCulture” ha partecipato a un incontro con una
comunità di quelli che noi chiamiamo i “pellerossa” o gli “indiani”,
condividendo per alcuni giorni la vita di una comunità mohawk (una delle
nazioni irochesi originarie del Nord America).
L'impatto e la relazione con un mondo così lontano, che conoscevamo solamente attraverso i racconti dei giornalisti
e dei fumetti, è stato di grande emozione e di riflessione.
Siamo stati coinvolti attraverso simboli, preghiere, gesti,
osservazioni, feste e racconti che ci hanno permesso di ripensare ai nostri
gesti, alle nostre preghiere, alle nostre feste come
ad una strada nuova da ripercorrere, aiutati dalle loro proposte di vita. Le
riflessioni che seguono sono state raccolte dalle note che alcuni partecipanti
all'incontro hanno voluto lasciare per non dimenticare gli amici mohawk e per
avere una occasione di misurare la nostra cultura con
la cultura di un popolo ricco di saggezza.
Le parole prima di
ogni cosa
Secondo una tradizione che si perde nella notte dei tempi,
all'inizio e alla fine di ogni cerimonia e di ogni
riunione “politica” degli irochesi, un oratore che parla a nome di tutti
pronuncia parole di gratitudine e di riconoscimento di tutto ciò che vive (gli
uomini delle generazioni passate, presenti e future, la terra, l'acqua, il
cielo, il Creatore...), in modo che le menti e i cuori siano in armonia.
Le abbiamo sentite ripetere più
volte, con semplicità, sempre in un modo diverso, lette non in un libro ma
nella vita di quel preciso momento.
Cominciavano con un
invito a deporre i propri fardelli, a fermarsi, a lasciarsi accogliere dagli
altri. Erano un invito a prendere coscienza della realtà, della vita nella sua
essenzialità, nella sua verità, nella sua ricchezza di esseri
non confusi e disperati, ma ciascuno con un proprio posto nel cerchio.
La gratitudine al Creatore
Le “parole che vengono prima di ogni
cosa” sono parole di gratitudine.
La gratitudine non è un fatto di ragione o di volontà, è
qualcosa che germoglia e fiorisce sulla fiducia. Le “parole che vengono prima”
sono parole di gratitudine perché nascono da un
atteggiamento di fiducia nel Grande Mistero.
Noi tendiamo sempre a cercare di vedere, di giudicare e di
misurare. A criticare Dio, le cose, la realtà ad ogni passo.
A non accettare ciò che “è”, perché vorremmo che fosse
diverso. A porre tanti perché non come interrogativi, ma come proteste. Perché la morte? Perché la
sofferenza, la cattiveria, il male? Perché le
catastrofi?
Le “parole che vengono prima di ogni
cosa” non danno una spiegazione, come Dio non dà una spiegazione a Giobbe. Non
rispondono ai nostri “perché”. Invece ci conducono al grande
cerchio della vita e al Grande Mistero che tutto avvolge. Ognuno di noi non è
più un vertice che tutto può vedere e abbracciare, ma solo un punto del grande cerchio, immersi in qualcosa che è più grande di noi,
a cui affidarci. Affidarsi al Grande Mistero. Qui ci conducono le “parole che
vengono prima”.
Davvero le radici profonde si incontrano.
Per tutt'altra via, quando Panikkar si interroga sulla
religione del futuro, arriva a parlare di “fiducia cosmica”.
Il cerchio della vita
Le “parole che vengono prima” ci invitano
a vedere che ogni cosa ha il suo posto nel grande cerchio della vita, dal sole
al più piccolo microrganismo che purifica la terra. Solo dopo averci condotti attraverso tutto il cosmo arrivano agli esseri
umani, e prima che a noi, a quelli che sono venuti prima di noi e a quelli che
verranno dopo di noi. Ci conducono attraverso il grande
cerchio della vita, perché possiamo trovarvi il nostro posto.
Non siamo i primi, non siamo soli. A
questo punto possiamo guardare, possiamo ascoltare e
ascoltarci per trovare il nostro posto. Ci vediamo più chiaro per fare le
nostre scelte e avere pace.
Anche il nostro sguardo sugli altri
cambia. La persona che mi fa arrabbiare, quella che non capisce niente, quella
che dice cose su cui non sono d'accordo, ecc., è
anch'essa nel cerchio. La guardo e dico: Tu, Divino Mistero..
Quella persona non cambia, ma cambia
il mio sguardo su di lei. E cambiano tante cose: a
volte riesco a percepire il suo dono.
La piuma
Quando i mohawk accolgono una persona, uno dei gesti di accoglienza è spolverare con una piuma le sue spalle, per
togliere la polvere accumulata lungo il cammino, per rimuovere le spine che
possono essersi impigliate nei suoi abiti e potrebbero farle male.
Quando troviamo dentro di noi polvere e
spine (risentimento, egoismo, narcisismo ecc.), c'è un sentiero di guarigione:
lasciarsi attraversare dal silenzio come da quella piuma, lasciar andare,
lasciare scorrere il silenzio. Lasciare che il silenzio faccia vuoto,
faccia spazio dentro di noi.
Lo stesso quando ci troviamo troppo
pieni delle nostre idee, delle nostre preoccupazioni e dell'ansia del fare.
Lasciarci spolverare dalla piuma del silenzio. Non metterci a
lottare, né contro di noi, né contro qualcosa o qualcuno, ma affidarci alla
piuma leggera del silenzio.
Alla ricerca delle nostre origini
Tutto questo ci ha molto colpito, ma non vogliamo che rimanga
un impatto emotivo. Per questo ci siamo ripromessi di non essere imitatori
delle esperienze degli altri, per quanto belle e
avvincenti, ma di riscoprire il senso profondo della vita nella nostra cultura.
Abbiamo bisogno di riscoprire la leggerezza dell'impatto con
il reale, di trovare il nostro posto nel cerchio della vita, di imparare la
gratitudine verso il creatore.
Questo ci porterà ad apprezzare le cose concrete di ogni momento, gli avvenimenti tristi e lieti, come
occasione di fortezza per imparare ad affrontare le difficoltà e soprattutto
per misurarci con i problemi della modernità, come la rottura tra spirituale e
materiale, il disagio che la maggior parte dei nostri giovani mostrano,
l'incapacità di affrontare il tema educativo, che ormai ci sfugge di mano e non
sappiamo quale strada percorrere per risolverlo.
Ormai siamo coscienti che non è possibile risolvere anche uno
solo dei grandi problemi che ci assillano senza il confronto in dialogo con le
altre culture e con le soluzioni che altri popoli danno ai nostri stessi problemi.
Come il popolo mohawk va alla ricerca delle proprie origini,
anche noi dobbiamo andare alla ricerca delle nostre origini culturali, ma
contemporaneamente andare alla scoperta di elementi
nuovi di vita, proiettati verso il futuro.
Per il popolo mohawk è fondamentale il rapporto sacrale con
la terra e con l'acqua, ma la terra che noi dobbiamo salvare è quella della
nostra regione, e l'acqua è quella dei nostri fiumi e delle nostre
sorgenti.
È un invito che viene da lontano, ma che ha la dimensione della
responsabilità attuale e futura della vita di ognuno di
noi. Abbiamo imparato che diversità e dialogo devono essere vissuti come
gestione dell'arricchimento reciproco, e quindi sarà necessario sottolineare il rapporto profondo tra identità e alterità: siamo
stati forse colpiti al cuore e nella nostra sensibilità, ma è necessario andare
oltre e fare un cammino anche intellettuale per comprendere nella nostra
cultura, nel nostro paese, nella nostra educazione cosa ci è stato rubato e
cosa abbiamo rifiutato.
Un’esperienza spirituale
Il pluralismo va ben al di là della
gestione della diversità e dell'alterità: non possiamo essere attenti all'altro
solamente a causa del problema dell'emigrazione, perché in questo modo si
rischia di negare o mettere in secondo piano tutte le altre differenze all'interno
della nostra cultura.
Proprio durante l'incontro della scorsa estate, Emongo, un
amico africano che era con noi, ci ha detto: “Noi africani, e la maggior parte
della gente del terzo mondo, siamo poveri materialmente, ma siamo ricchi a
livello di incontro comunitario. E voi occidentali ci
date l'impressione di essere degli orfani, molto soli e molto
isolati. Come farete a sopravvivere?”
A mo' di conclusione, e sotto la spinta
dell'esperienza fatta con gli amici dei popoli irochesi, non possiamo
dimenticare che molti tra noi sono giunti ad esperimentare l'intercultura e il
dialogo grazie all'esperienza di “Dialoghi”, altri attraverso il progetto Asia
Urbs per i bambini di strada di Hanoi, altri con la lettura della rivista
“InterCulture”, oppure attraverso le letture dei testi di Panikkar o le lezioni
sul buddismo e sull'islam. Ma non possiamo dimenticare
l'esperienza spirituale dell'Ashram di Malfolle. Anche i Mohawh hanno sottolineato che la loro fonte è stata ed è ancor oggi
un'esperienza spirituale.
Vogliamo sottolineare questo aspetto
non tanto come un privilegio, ma come un servizio offerto a coloro che vogliono
camminare nella ricerca dello spirituale nella propria vita individuale e di
gruppo, ognuno secondo il cammino che ritiene opportuno per se stesso.
Arrigo Chieregatti
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