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Cooperazione, rispetto, responsabilità
di Andrea Canevaro
relazione al Seminario di apertura del "Progetto sul disagio giovanile e i ragazzi di strada ad Hoan Kiem, Hanoi"
co-finanziato dalla Commissione Europea, Programma Asia Urbs
Università di Bologna, marzo 2001

Tento di riflettere a partire dal fatto che mi occupo professionalmente di pedagogia speciale, e di cooperazione. In entrambi i settori ho bisogno di interrogarmi sul significato delle parole. Che cosa significa pedagogia speciale? che cosa cooperazione? Non per amore esclusivo della filologia, ma per capire se quello che si fa ha un senso. Trovo che vi siano profonde analogie tra i due settori.

 

Sono impegnato nella cooperazione per occuparmi di questioni che riguardano - come dice più ampiamente una parola - la vulnerabilità. Non solo quindi le persone in situazione di handicap come le viviamo nella nostra situazione, ma anche quelle che in condizioni di catastrofi per varie ragioni hanno gravi difficoltà a vivere e hanno dei bisogni particolari.

Il parallelo riguarda l’interrogarsi sempre sulle parole. Arrigo Chieregatti diceva: “in via di sviluppo” è offensivo, è quasi una cosa atroce a pensarci bene, quasi meglio sottosviluppati. Ma è bene domandarsi sempre: che parola dobbiamo usare?

 

Qualcuno non ama per niente la parola “disabile”, “disabilità”. E si può essere d’accor­do. Personalmente ho una certa ossessività, ormai nota fra gli amici, nel richiamare che non è corretto dire “portatore di handicap”, perché un soggetto non porta l’handicap, che è uno svantaggio derivato dall’impatto con l’ambiente, fisico e culturale, “micro” e “macro”. E allora che parola dobbiamo usare? Questo è un interrogativo interessante, ma non tanto per fermarsi a una questione linguistica, quanto per capire se quando usiamo delle parole siamo coerenti con quello che dovremmo fare.

 

Seconda analogia: nelle parole di Arrigo c’è tutta l’attenzione a non sostituirsi agli altri. Si tratta di entrare in contatto e di entrare in un contesto che non è quello a cui siamo abituati, in cui abbiamo la nostra abitudine di vita; e bisogna fare molta attenzione a non sostituirsi agli altri nelle decisioni, a fare in modo che le chiavi delle porte siano sempre in mano a coloro che sono i soggetti protagonisti.

 

Ho sempre molto fatto riferimento a un personaggio che sembra estraneo a tutto quello di cui si occupa il nostro incontro. Si tratta di Nuto Revelli. Nuto Revelli è un raccoglitore di storie orali, che ha svolto un lavoro di grande importanza in quella che può essere chiamata la riparazione dell’offesa. Il suo percorso inizia dalla partecipazione, come giovane ufficiale degli alpini, alla campagna di Russia, rimanendo ferito – forse più nell’animo, ma profondamente - per tutto quello che viveva e che vedeva attorno a sé. Gli altri sembravano vivere con la naturalezza dell’indifferenza il massacro di una guerra insensata, che invece per lui era un interrogarsi sulle ragioni di una storia così perversa, inutile e angosciosa: massacrati e massacranti per ragioni che nessuno conosceva.

 

È tra i superstiti, ed ha poi fatto la guerra partigiana. Ha voluto - come riparazione dell’offesa - raccontare le sue esperienze, e poi raccogliere le testimonianze degli altri. E la sua lunga ricerca, durata sette anni, ha comportato l’andare nelle case contadine e montanare del cuneese, a cercare le lettere mandate dalla campagna di Russia e, con rispetto, raccoglierle. Ha fatto la ricerca sulle donne contadine, e le ricerche sono andate avanti.

 

Nuto Revelli ha messo spesso l’accento sul fatto che queste ricerche erano fatte andando in casa d’altri. Doveva avere la più grande attenzione a non pensare: “Siccome io ho un mandato culturale o umanitario o scientifico molto più importante di altre questioni, io posso entrare e forse anche forzare le volontà di chi ospita, mantenendo appena gli aspetti formali cortesi, ma convinto che le mie ragioni sono più importanti e forti di quelle degli altri. Nuto Revelli non ha mai voluto fare questo, e ha anche rinunciato a raccogliere dei frammenti che magari potevano essere giudicati straordinariamente importanti, se il padrone di casa non era d’accordo. Entrava chiedendo il permesso, sapendo che era in casa d’altri.

 

Questo atteggiamento nella micro struttura (con un’idea anche forte di una missione da compiere, se vogliamo usare queste parole che non sono affatto congeniali al personaggio che è Nuto Revelli), sta anche nel macro. Anche nell’aiuto internazionale, nella cooperazione, bisogna fare la stessa operazione: essere molto attenti al fatto che si va in casa d’altri, e quindi bisogna chiedere permesso.

 

Queste logiche, che io sto esprimendo così tranquillamente, sembrano farsi particolarmente presenti con l’emergenza. Parliamo di Vietnam, potremmo parlare di altri paesi, che hanno avuto una catastrofe alle spalle, più o meno lunga, più o meno grande, con responsabilità anche nostre. Anche le catastrofi di altra natura, come Chernobyl.

 

Emergenza. Con l’emergenza l’attenzione all’entrare in casa d’altri salta come salterebbe nel caso di un incendio per i pompieri. Non devono domandare il permesso di entrare, devono andare! L’emergenza è il rischio maggiore, perché dall’emergenza si esce con difficoltà, sia chi porta aiuto, sia chi viene aiutato. È una situazione trappola, in cui si rimane per troppo tempo. Da una parte c’è la possibilità di mantenere un dominio. Tutti gli aiuti, che piaccia o no, sono sempre all’insegna di un rapporto di dominio. Bisogna rendersene conto e non nascondere questa dimensione reale al di là di quelle che sono le intenzioni. A volte le intenzioni sono talmente cariche di generosità illusoria da voler nascondere questa dimensione. Ma si tratta di un rapporto di dominio. Dall’altra parte c’è una condizione di rischio di vittimismo.

 

La condizione di vittima può portare dei vantaggi, e tanto vale mantenerla. Questa considerazione, più vissuta che espressa, può fare in modo che l’emergenza si protragga per lungo tempo, e nell’emergenza protratta per lungo tempo le insidie sono quelle di mettere pesantemente un nostro modello. Vogliamo chiamarlo di sviluppo? chiamiamolo così, perché mi serve per il passaggio alle situazioni micro della relazione educativa, dell’intervento su bambini e con bambini e bambine. Lo sviluppo lo imponiamo, cioè puntiamo su uno sviluppo che è quello che pensiamo noi. E questa è l’analogia che trovo nella pedagogia speciale negli interventi con bambine e bambini, e anche adulti, handicappate e handicappati: la previsione e la taratura tecnica dell’intervento può anche prescindere da quelle che sono le condizioni, il contesto in cui una persona è, la sua famiglia. Una buona regola dovrebbe essere sempre quella di partire da dove è arrivata la famiglia, il contesto familiare. Per far questo bisognerebbe prima di tutto darle uno spazio, sapere di che cosa parlano in casa, che cosa stanno vivendo, di che cosa stanno preoccupandosi… Non sempre questo viene fatto. Perché? Per l’emergenza. Perché io devo fare in un tempo minimo: è inutile attardarsi, perderemmo tempo… e via! Questa operazione a volte ha delle caratteristiche di grande generosità che noi ammiriamo.

 

 Nella relazione educativa ho bisogno di fare riferimento a uno schema che è riferito a tre gradi di responsabilità. Una responsabilità di posizione: un individuo ha una posizione indipendentemente da quelle che sono state forse le sue personali convinzioni e idee. Forse è nato dentro tale condizione. Per esempio: l’Italia oscilla tra il quinto e il sesto posto delle potenze economiche su 180 e più paesi quanti siamo al mondo. Questo posto dà una responsabilità di posizione. Tale responsabilità dovrebbe essere accompagnata da altrettanta responsabilità di conoscenza. Non sempre, o quasi mai, la responsabilità di conoscenza si accompagna alla responsabilità di posizione. Molte volte la posizione o ha avuto questo traguardo per un’energia profusa che ha squilibrato tutta l’organizzazione di un organismo, di un sistema, di un individuo, verso l’attivismo e sacrificando la “riflessione informativa”; oppure la responsabilità di posizione è dovuta proprio al fatto che non c’è la conoscenza, per cui si può benissimo godere di una posizione di grande vantaggio ignorando il resto del contesto. A volte noi siamo sorpresi da certe decisioni degli Stati Uniti in rapporto a parti del mondo che noi crediamo di avere un po’ più conosciuto, e diciamo: «Ma possibile che siano così ignoranti? Ignorano quella situazione». Credo che ci sia un utile vantaggio nell’essere ignoranti: si può decidere con più disinvoltura. Tutto sommato, non è lo stesso meccanismo per cui si cambiano spesso i ruoli dei responsabili amministrativi, ad esempio, della sanità? Perché cambiando così spesso i responsabili amministrativi c’è l’impossibilità di affezionarsi e di far tesoro di un’esperienza che diventa conoscenza. Si tagliano meglio i rami che si chiamano secchi.

 

C’è una responsabilità di compito. Questo, a volte, si sceglie. Ci si trova a dover fare un compito che è legato a un proprio ruolo. Un ruolo professionale… La scelta non sempre è una scelta a tutto tondo. Una persona si trova a fare un lavoro anche perché non ce n’era un altro, perché ha trovato quello, ecc. Però comincia ad esserci la possibilità di attribuirsi doveri e responsabilità legate a un compito. C’è poi la responsabilità di progetto. Oltre al compito, io voglio fare qualche cosa. Voglio fare un progetto. I tre livelli vorrei pensarli come bisognosi uno dell’altro: uno dei guai maggiori è la spezzatura dei tre livelli, per cui si hanno le responsabilità di progetto che ci si attribuisce, attribuendosi poi un compito e cercando di conquistare anche una responsabilità di posizione. Facciamo un esempio. La Comunità di S. Egidio è un gruppo ammirevole, fa cose egregie, è una comunità di base, con ispirazione religiosa non esclusiva, aperta, che fa molte iniziative nelle borgate romane, e anche iniziative internazionali. Ricordo un’iniziativa che ebbe la comunità di S. Egidio: riunì a Roma alcuni personaggi algerini e, nel novembre del ’94, arrivò a concludere un accordo che in qualche modo rimettesse in una posizione di dialogo gli islamisti. Cosa è successo esattamente in quella situazione? La rappresentanza algerina era composta dalla FIS e da alcuni gruppi minoritari, poco rappresentativi della realtà algerina. In quel periodo il nuovo presidente Zeroual (successivamente ammazzato) stava facendo uno sforzo per riaprire una via di dialogo all’interno dell’Algeria. La Comunità di S. Egidio è arrivata a far sottoscrivere quel documento senza avere nessun contatto con i cristiani d’Algeria. I vescovi algerini, tra cui Pierre Clavéry, allora vescovo di Orano, ignoravano tutto. Stavano lavorando per cercare di riaprire la società, di mantenere il dialogo all’interno della società algerina, e si sono trovati pienamente spiazzati da un accordo che ha creato una grande diffidenza nei loro confronti, perché nessuno ha immaginato che fossero all’oscuro. Hanno pensato che fossero persone doppie. Questo avveniva nel novembre del ’94. Il primo agosto del ’95 Pierre Clavéry è stato ammazzato.

 

L'ingerenza umanitaria è un’espressione che non si può usare con disinvoltura. Bisogna capire che cosa vuol dire. Ci sono molti modi di effettuare un’azione di ingerenza umanitaria. Ce ne sono che tengono conto di un rapporto sensato: chiedono il permesso, entrano in una situazione, non la dominano ma la vivono in dialogo, vanno per imparare. Non è dire: «Non so far niente, ditemi voi…». Non è questo. Ma avere precise linee metodologiche, analoghe all’intervento educativo nel “micro” («sul caso», si dice anche). Ci sono delle analogie. La cooperazione deve avere queste attenzioni metodologiche, deve essere fatta avendo una buona preparazione.

 

Sulla preparazione c’è molto da dire. Abbiamo una situazione scadente nel quadro delle professioni di aiuto. Non sappiamo esattamente quali sono le professioni di aiuto, quali sono i profili professionali (chi fa che cosa, come, perché), ma c’è una certa feconda confusione in cui molti fanno, si sovrappongono progetti, si progetta una mezza figura nuova, un’altra figura che è nuova fino a un certo punto, ecc. Si fa confusione, e questo induce a pensare che non dovremmo avere le carte in regola per andare a fare lezione altrove. Invece continuamente andiamo. E’ un punto interrogativo. Andare a fare lezione è un vizio che non smetteremo di avere. Ma contemporaneamente dovremmo mettere in chiaro e capire esattamente a che punto siamo. A volte le generosità veramente sono le più difficili da affrontare proprio perché sono tali. Continuo a criticare i volontari per gli aiuti internazionali. Io non credo che si possa continuare un’operazione di pompieri volontari. Abbiamo bisogno di lavorare sulle professioni, sui quadri. Si può dire: i professionisti, che hanno già una formazione come tali, devono avere un elemento in più che permetta di fare un’azione utile, di abbassare la loro supponenza, di avere maggiore attenzione agli altri, ecc., per entrare nelle situazioni di aiuto. Ma volontari generici non mi sembrano opportuni.

 

L’operazione si può fare, pensando non tanto e solo alle azioni che devono essere pilotate verso l’invio – una persona deve andare ad Hanoi, una persona deve andare a Sarajevo… Questo è un aspetto. Mettiamolo insieme a tanti altri aspetti. Un amico (Leo Jacobucci) fa una formazione (attiva, con un gruppo che discute, ecc.) con i buttafuori delle discoteche della costa romagnola; hanno l’impatto, a volte il più difficile da sopportare, con una popolazione immigrata, con le variabili immaginabili, e non hanno la possibilità di capire quello che fanno. I buttafuori sono forse per vocazione dei perversi? Non credo. Pensiamo che la possibilità di parlare di cooperazione internazionale non sia solo una questione di invii (di persone, di materiali), ma anche un lavoro strutturale, da fare non più con l’enfasi per un volontariato aggiuntivo, ma entrando nelle professioni.

 

Abbiamo bisogno di una rete di professionisti capaci di capire come funziona una società dell’accoglienza. Si dice: il futuro sono i nostri figli. Io dico: il futuro sono i nostri figli più gli immigrati. Più un mondo fatto di tante provenienze, di mobilità che non sono volute: sono forzate; in cui l’accoglienza diventa un elemento fondamentale non in centri appositi, ma nella rete sociale. I centri appositi somigliano stranamente a delle situazioni carcerarie. Invece la rete sociale ha un altro senso. E nella rete sociale entrano le professioni. C’è bisogno di pensare a professioni che facciano un lavoro tenendo conto di un altro che viene da un’altra cultura. Se tu fossi un nigeriano che ha bisogno del dentista, il dentista sarebbe pronto a fare lo stesso lavoro che ha fatto con te? Non lo so, probabilmente avrebbe bisogno di un certo aiuto per poter capire che la sua professione (non il suo lavoro quando ha finito di fare il professionista e va a fare un’opera importante di volontariato) può essere essenziale nella rete sociale. Spostiamo l’attenzione da una cooperazione internazionale fatta di eroici invii a una cooperazione internazionale fatta di partecipazione a un’elaborazione culturale più vasta, non solo in punti del mondo, ma in tutto il mondo. Questa prospettiva mi convince, e vedo le profonde analogie (mi convince, ma mi interroga) tra una specificità del mio ruolo nell’educazione speciale, nella pedagogia speciale dell’integrazione, ecc., e la cooperazione. Analogie. Non sono la stessa cosa. Non trasformo un immigrato o un vietnamita o un bosniaco o un bielorusso in un handicappato. Non c’è la possibilità di fare questa trasformazione. Tuttavia entrambe le situazioni hanno bisogno della rete sociale. E la rete sociale ha al centro le professioni. Poi arriva il resto. Ma le professioni sono importantissime e non possiamo trascurarle.

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