Tento
di riflettere a partire dal fatto che mi occupo professionalmente di pedagogia
speciale, e di cooperazione. In entrambi i settori ho bisogno di interrogarmi
sul significato delle parole. Che cosa significa pedagogia speciale? che cosa
cooperazione? Non per amore esclusivo della filologia, ma per capire se quello
che si fa ha un senso. Trovo che vi siano profonde analogie tra i due settori.
Sono
impegnato nella cooperazione per occuparmi di questioni che riguardano - come
dice più ampiamente una parola - la vulnerabilità. Non solo quindi le persone
in situazione di handicap come le viviamo nella nostra situazione, ma anche
quelle che in condizioni di catastrofi per varie ragioni hanno gravi difficoltà
a vivere e hanno dei bisogni particolari.
Il
parallelo riguarda l’interrogarsi sempre sulle parole. Arrigo Chieregatti
diceva: “in via di sviluppo” è offensivo, è quasi una cosa atroce a
pensarci bene, quasi meglio sottosviluppati. Ma è bene domandarsi sempre: che
parola dobbiamo usare?
Qualcuno
non ama per niente la parola “disabile”, “disabilità”. E si può essere
d’accordo. Personalmente ho una certa ossessività, ormai nota fra gli
amici, nel richiamare che non è corretto dire “portatore di handicap”,
perché un soggetto non porta l’handicap, che è uno svantaggio derivato
dall’impatto con l’ambiente, fisico e culturale, “micro” e “macro”.
E allora che parola dobbiamo usare? Questo è un interrogativo interessante, ma
non tanto per fermarsi a una questione linguistica, quanto per capire se quando
usiamo delle parole siamo coerenti con quello che dovremmo fare.
Seconda
analogia: nelle parole di Arrigo c’è tutta l’attenzione a non sostituirsi
agli altri. Si tratta di entrare in contatto e di entrare in un contesto che non
è quello a cui siamo abituati, in cui abbiamo la nostra abitudine di vita; e
bisogna fare molta attenzione a non sostituirsi agli altri nelle decisioni, a
fare in modo che le chiavi delle porte siano sempre in mano a coloro che sono i
soggetti protagonisti.
Ho
sempre molto fatto riferimento a un personaggio che sembra estraneo a tutto
quello di cui si occupa il nostro incontro. Si tratta di Nuto Revelli. Nuto
Revelli è un raccoglitore di storie orali, che ha svolto un lavoro di grande
importanza in quella che può essere chiamata la riparazione dell’offesa. Il
suo percorso inizia dalla partecipazione, come giovane ufficiale degli alpini,
alla campagna di Russia, rimanendo ferito – forse più nell’animo, ma
profondamente - per tutto quello che viveva e che vedeva attorno a sé. Gli
altri sembravano vivere con la naturalezza dell’indifferenza il massacro di
una guerra insensata, che invece per lui era un interrogarsi sulle ragioni di
una storia così perversa, inutile e angosciosa: massacrati e massacranti per
ragioni che nessuno conosceva.
È
tra i superstiti, ed ha poi fatto la guerra partigiana. Ha voluto - come
riparazione dell’offesa - raccontare le sue esperienze, e poi raccogliere le
testimonianze degli altri. E la sua lunga ricerca, durata sette anni, ha
comportato l’andare nelle case contadine e montanare del cuneese, a cercare le
lettere mandate dalla campagna di Russia e, con rispetto, raccoglierle. Ha fatto
la ricerca sulle donne contadine, e le ricerche sono andate avanti.
Nuto
Revelli ha messo spesso l’accento sul fatto che queste ricerche erano fatte
andando in casa d’altri. Doveva avere la più grande attenzione a non pensare:
“Siccome io ho un mandato culturale o umanitario o scientifico molto più
importante di altre questioni, io posso entrare e forse anche forzare le volontà
di chi ospita, mantenendo appena gli aspetti formali cortesi, ma convinto che le
mie ragioni sono più importanti e forti di quelle degli altri. Nuto Revelli non
ha mai voluto fare questo, e ha anche rinunciato a raccogliere dei frammenti che
magari potevano essere giudicati straordinariamente importanti, se il padrone di
casa non era d’accordo. Entrava chiedendo il permesso, sapendo che era in casa
d’altri.
Questo
atteggiamento nella micro struttura (con un’idea anche forte di una missione
da compiere, se vogliamo usare queste parole che non sono affatto congeniali al
personaggio che è Nuto Revelli), sta anche nel macro. Anche nell’aiuto
internazionale, nella cooperazione, bisogna fare la stessa operazione: essere
molto attenti al fatto che si va in casa d’altri, e quindi bisogna chiedere
permesso.
Queste
logiche, che io sto esprimendo così tranquillamente, sembrano farsi
particolarmente presenti con l’emergenza. Parliamo di Vietnam, potremmo
parlare di altri paesi, che hanno avuto una catastrofe alle spalle, più o meno
lunga, più o meno grande, con responsabilità anche nostre. Anche le catastrofi
di altra natura, come Chernobyl.
Emergenza.
Con l’emergenza l’attenzione all’entrare in casa d’altri salta come
salterebbe nel caso di un incendio per i pompieri. Non devono domandare il
permesso di entrare, devono andare! L’emergenza è il rischio maggiore, perché
dall’emergenza si esce con difficoltà, sia chi porta aiuto, sia chi viene
aiutato. È una situazione trappola, in cui si rimane per troppo tempo. Da una
parte c’è la possibilità di mantenere un dominio. Tutti gli aiuti, che
piaccia o no, sono sempre all’insegna di un rapporto di dominio. Bisogna
rendersene conto e non nascondere questa dimensione reale al di là di quelle
che sono le intenzioni. A volte le intenzioni sono talmente cariche di generosità
illusoria da voler nascondere questa dimensione. Ma si tratta di un rapporto di
dominio. Dall’altra parte c’è una condizione di rischio di vittimismo.
La
condizione di vittima può portare dei vantaggi, e tanto vale mantenerla. Questa
considerazione, più vissuta che espressa, può fare in modo che l’emergenza
si protragga per lungo tempo, e nell’emergenza protratta per lungo tempo le
insidie sono quelle di mettere pesantemente un nostro modello. Vogliamo
chiamarlo di sviluppo? chiamiamolo così, perché mi serve per il passaggio alle
situazioni micro della relazione educativa, dell’intervento su bambini e con
bambini e bambine. Lo sviluppo lo imponiamo, cioè puntiamo su uno sviluppo che
è quello che pensiamo noi. E questa è l’analogia che trovo nella pedagogia
speciale negli interventi con bambine e bambini, e anche adulti, handicappate e
handicappati: la previsione e la taratura tecnica dell’intervento può anche
prescindere da quelle che sono le condizioni, il contesto in cui una persona è,
la sua famiglia. Una buona regola dovrebbe essere sempre quella di partire da
dove è arrivata la famiglia, il contesto familiare. Per far questo bisognerebbe
prima di tutto darle uno spazio, sapere di che cosa parlano in casa, che cosa
stanno vivendo, di che cosa stanno preoccupandosi… Non sempre questo viene
fatto. Perché? Per l’emergenza. Perché io devo fare in un tempo minimo: è
inutile attardarsi, perderemmo tempo… e via! Questa operazione a volte ha
delle caratteristiche di grande generosità che noi ammiriamo.
Nella
relazione educativa ho bisogno di fare riferimento a uno schema che è riferito
a tre gradi di responsabilità. Una responsabilità
di posizione: un individuo ha una posizione indipendentemente da quelle che
sono state forse le sue personali convinzioni e idee. Forse è nato dentro tale
condizione. Per esempio: l’Italia oscilla tra il quinto e il sesto posto delle
potenze economiche su 180 e più paesi quanti siamo al mondo. Questo posto dà
una responsabilità di posizione. Tale responsabilità dovrebbe essere
accompagnata da altrettanta responsabilità
di conoscenza. Non sempre, o quasi mai, la responsabilità di conoscenza si
accompagna alla responsabilità di posizione. Molte volte la posizione o ha
avuto questo traguardo per un’energia profusa che ha squilibrato tutta
l’organizzazione di un organismo, di un sistema, di un individuo, verso
l’attivismo e sacrificando la “riflessione informativa”; oppure la
responsabilità di posizione è dovuta proprio al fatto che non c’è la
conoscenza, per cui si può benissimo godere di una posizione di grande
vantaggio ignorando il resto del contesto. A volte noi siamo sorpresi da certe
decisioni degli Stati Uniti in rapporto a parti del mondo che noi crediamo di
avere un po’ più conosciuto, e diciamo: «Ma possibile che siano così
ignoranti? Ignorano quella situazione». Credo che ci sia un utile vantaggio
nell’essere ignoranti: si può decidere con più disinvoltura. Tutto sommato,
non è lo stesso meccanismo per cui si cambiano spesso i ruoli dei responsabili
amministrativi, ad esempio, della sanità? Perché cambiando così spesso i
responsabili amministrativi c’è l’impossibilità di affezionarsi e di far
tesoro di un’esperienza che diventa conoscenza. Si tagliano meglio i rami che
si chiamano secchi.
C’è
una responsabilità di compito.
Questo, a volte, si sceglie. Ci si trova a dover fare un compito che è legato a
un proprio ruolo. Un ruolo professionale… La scelta non sempre è una scelta a
tutto tondo. Una persona si trova a fare un lavoro anche perché non ce n’era
un altro, perché ha trovato quello, ecc. Però comincia ad esserci la
possibilità di attribuirsi doveri e responsabilità legate a un compito. C’è
poi la responsabilità di progetto. Oltre al compito, io voglio fare qualche
cosa. Voglio fare un progetto. I tre livelli vorrei pensarli come bisognosi uno
dell’altro: uno dei guai maggiori è la spezzatura dei tre livelli, per cui si
hanno le responsabilità di progetto che ci si attribuisce, attribuendosi poi un
compito e cercando di conquistare anche una responsabilità di posizione.
Facciamo un esempio. La Comunità di S. Egidio è un gruppo ammirevole, fa cose
egregie, è una comunità di base, con ispirazione religiosa non esclusiva,
aperta, che fa molte iniziative nelle borgate romane, e anche iniziative
internazionali. Ricordo un’iniziativa che ebbe la comunità di S. Egidio: riunì
a Roma alcuni personaggi algerini e, nel novembre del ’94, arrivò a
concludere un accordo che in qualche modo rimettesse in una posizione di dialogo
gli islamisti. Cosa è successo esattamente in quella situazione? La
rappresentanza algerina era composta dalla FIS e da alcuni gruppi minoritari,
poco rappresentativi della realtà algerina. In quel periodo il nuovo presidente
Zeroual (successivamente ammazzato) stava facendo uno sforzo per riaprire una
via di dialogo all’interno dell’Algeria. La Comunità di S. Egidio è
arrivata a far sottoscrivere quel documento senza avere nessun contatto con i
cristiani d’Algeria. I vescovi algerini, tra cui Pierre Clavéry, allora
vescovo di Orano, ignoravano tutto. Stavano lavorando per cercare di riaprire la
società, di mantenere il dialogo all’interno della società algerina, e si
sono trovati pienamente spiazzati da un accordo che ha creato una grande
diffidenza nei loro confronti, perché nessuno ha immaginato che fossero
all’oscuro. Hanno pensato che fossero persone doppie. Questo avveniva nel
novembre del ’94. Il primo agosto del ’95 Pierre Clavéry è stato
ammazzato.
L'ingerenza
umanitaria è un’espressione che non si può usare con disinvoltura. Bisogna
capire che cosa vuol dire. Ci sono molti modi di effettuare un’azione di
ingerenza umanitaria. Ce ne sono che tengono conto di un rapporto sensato:
chiedono il permesso, entrano in una situazione, non la dominano ma la vivono in
dialogo, vanno per imparare. Non è dire: «Non so far niente, ditemi voi…».
Non è questo. Ma avere precise linee metodologiche, analoghe all’intervento
educativo nel “micro” («sul caso», si dice anche). Ci sono delle analogie.
La cooperazione deve avere queste attenzioni metodologiche, deve essere fatta
avendo una buona preparazione.
Sulla
preparazione c’è molto da dire. Abbiamo una situazione scadente nel quadro
delle professioni di aiuto. Non sappiamo esattamente quali sono le professioni
di aiuto, quali sono i profili professionali (chi fa che cosa, come, perché),
ma c’è una certa feconda confusione in cui molti fanno, si sovrappongono
progetti, si progetta una mezza figura nuova, un’altra figura che è nuova
fino a un certo punto, ecc. Si fa confusione, e questo induce a pensare che non
dovremmo avere le carte in regola per andare a fare lezione altrove. Invece
continuamente andiamo. E’ un punto interrogativo. Andare a fare lezione è un
vizio che non smetteremo di avere. Ma contemporaneamente dovremmo mettere in
chiaro e capire esattamente a che punto siamo. A volte le generosità veramente
sono le più difficili da affrontare proprio perché sono tali. Continuo a
criticare i volontari per gli aiuti internazionali. Io non credo che si possa
continuare un’operazione di pompieri volontari. Abbiamo bisogno di lavorare
sulle professioni, sui quadri. Si può dire: i professionisti, che hanno già
una formazione come tali, devono avere un elemento in più che permetta di fare
un’azione utile, di abbassare la loro supponenza, di avere maggiore attenzione
agli altri, ecc., per entrare nelle situazioni di aiuto. Ma volontari generici
non mi sembrano opportuni.
L’operazione
si può fare, pensando non tanto e solo alle azioni che devono essere pilotate
verso l’invio – una persona deve andare ad Hanoi, una persona deve andare a
Sarajevo… Questo è un aspetto. Mettiamolo insieme a tanti altri aspetti. Un
amico (Leo Jacobucci) fa una formazione (attiva, con un gruppo che discute,
ecc.) con i buttafuori delle discoteche della costa romagnola; hanno
l’impatto, a volte il più difficile da sopportare, con una popolazione
immigrata, con le variabili immaginabili, e non hanno la possibilità di capire
quello che fanno. I buttafuori sono forse per vocazione dei perversi? Non credo.
Pensiamo che la possibilità di parlare di cooperazione internazionale non sia
solo una questione di invii (di persone, di materiali), ma anche un lavoro
strutturale, da fare non più con l’enfasi per un volontariato aggiuntivo, ma
entrando nelle professioni.
Abbiamo
bisogno di una rete di professionisti capaci di capire come funziona una società
dell’accoglienza. Si dice: il futuro sono i nostri figli. Io dico: il futuro
sono i nostri figli più gli immigrati. Più un mondo fatto di tante
provenienze, di mobilità che non sono volute: sono forzate; in cui
l’accoglienza diventa un elemento fondamentale non in centri appositi, ma
nella rete sociale. I centri appositi somigliano stranamente a delle situazioni
carcerarie. Invece la rete sociale ha un altro senso. E nella rete sociale
entrano le professioni. C’è bisogno di pensare a professioni che facciano un
lavoro tenendo conto di un altro che viene da un’altra cultura. Se tu fossi un
nigeriano che ha bisogno del dentista, il dentista sarebbe pronto a fare lo
stesso lavoro che ha fatto con te? Non lo so, probabilmente avrebbe bisogno di
un certo aiuto per poter capire che la sua professione (non il suo lavoro quando
ha finito di fare il professionista e va a fare un’opera importante di
volontariato) può essere essenziale nella rete sociale. Spostiamo
l’attenzione da una cooperazione internazionale fatta di eroici invii a una
cooperazione internazionale fatta di partecipazione a un’elaborazione
culturale più vasta, non solo in punti del mondo, ma in tutto il mondo. Questa
prospettiva mi convince, e vedo le profonde analogie (mi convince, ma mi
interroga) tra una specificità del mio ruolo nell’educazione speciale, nella
pedagogia speciale dell’integrazione, ecc., e la cooperazione. Analogie. Non
sono la stessa cosa. Non trasformo un immigrato o un vietnamita o un bosniaco o
un bielorusso in un handicappato. Non c’è la possibilità di fare questa
trasformazione. Tuttavia entrambe le situazioni hanno bisogno della rete
sociale. E la rete sociale ha al centro le professioni. Poi arriva il resto. Ma
le professioni sono importantissime e non possiamo trascurarle.