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La cooperazione internazionale
e l'Unione Europea

di Bruno Amoroso
relazione al Seminario di apertura del "Progetto sul disagio giovanile e i ragazzi di strada ad Hoan Kiem, Hanoi"
co-finanziato dalla Commissione Europea, Programma Asia Urbs
Università di Bologna, marzo 2001

Dopo le cose dette nel corso del presente seminario, credo mi resti solo da parlare degli aspetti pratici o di informazione sui progetti. Mi limiterò a brevi cenni sul passato, sul presente e sul futuro di queste attività. Però, forse, dovrei iniziare dal perché sono qui. È vero che molti di voi sono abituati a vedere Arrigo e me in varie occasioni. Tuttavia ogni occasione ha una sua ragion d’essere. Io sono qui, oggi, per ragioni in primo luogo istituzionali. Una delle condizioni del Programma Asia Urbs è che vi devono partecipare due municipalità europee ed una asiatica. Le municipalità europee sono, in questo caso, Marzabotto, capofila del progetto, e Roskilde, in Danimarca, dove si trova anche la mia università.

 

Oltre a questa ragione istituzionale del perché siamo insieme qui, Arrigo ed io, ce n’è una storico-culturale. Una ragione che riguarda un po’ quella che è la storia di questo progetto. Un progetto, quando è scritto sulla carta, sembra funzionale a se stesso, fatto per dare risposta ad una offerta di finanziamento, in questo caso dell’Unione Europea. In realtà, in questo caso, non è così. Questo progetto ha avuto un periodo di elaborazione di almeno quattro anni, e sia per i contenuti che ha scelto, sia per la partnership che si è creata tra noi e voi, quindi tra Marzabotto, Bologna, Roskilde, ha avuto un periodo di riflessione e di tormenti che è approdato a questo progetto specifico quando l’Unione Europea ha annunciato l’intenzione di muoversi in questa direzione.

 

Qualche richiamo al passato delle nostre attività. Le riflessioni su alcuni temi che fanno da contesto a questo progetto (il dialogo culturale e inter-culturale, cioè se dialogare o no, e chi dialoga con chi; gli aspetti sociali e culturali, e quindi l’intreccio che c’è fra queste cose; le forme politiche nostre e degli altri) sono iniziate partecipando con Arrigo ad un progetto in Cambogia. Desidero richiamare quell’esperienza perché nei suoi aspetti, sia positivi che negativi, ci ha dato la spinta a continuare. Era un progetto sulle università cambogiane che Arrigo gestiva per conto del PIME, un’organizzazione missionaria. Io anche allora fui coinvolto e credo sia utile richiamare la conclusione di quell’esperienza, umana e culturale. Noi uscimmo da quel progetto a causa di un conflitto con il PIME sulla sua gestione ed ispirazione. Non richiamo quel conflitto per determinare chi avesse ragione o torto, ma perché verteva su uno dei nodi che restano tuttora irrisolti e che noi, anche in questo progetto, dovremo cercare di approfondire.

 

Qual era la ragione del dissenso? Si trattava di un progetto universitario, quindi si insegnava sociologia, economia, filosofia, ecc. Lo scontro tra il PIME (coperto sul piano accademico dall’Università cattolica di Milano, quindi da gente assolutamente seria sul piano scientifico) e noi (Università di Bologna e di Roskilde) nacque proprio sui contenuti, e sull’ap­proccio da seguire nell’insegnamento e nella ricerca. La tesi sostenuta dall’Università cattolica di Milano e dal PIME era basata su un concetto di efficienza nella creazione di un’uni­versità raggiungibile, a loro parere, fornendo delle solide basi teoriche a chi studia e chi insegna, capaci di sedimentarsi e trasformarsi in opportunità di professionalità e di lavoro. Il che era giusto ed in parte era anche una nostra preoccupazione. La divisione fu sul metodo e sulle forme di apprendimento. La Cattolica insegnava economia e sociologia su autori e testi delle università europee. La storia, sia delle società che delle idee, era quella europea. Cioè si insegnava, non l’economia di mercato, che già sarebbe un passo avanti, ma l’economia capitalistica di mercato, quindi una forma molto particolare di economia che ha senso perché è parte della nostra storia. Ma i paesi che non hanno avuto un capitalismo nella loro storia sono paesi in cui c’è il mercato ma non c’è il capitalismo. Quindi l’economia, a nostro avviso, andava insegnata partendo dai loro mercati, dalle loro forme di organizzazione materiale, dalla loro percezione e formulazione dei bisogni. Lo stesso può dirsi per la sociologia. Ricordo che questi professori, fra i migliori della Cattolica, ritenevano che la conoscenza del pensiero di Max Weber fosse per questi docenti e studenti la condizione necessaria perché potessero poi accedere con decenza ad una cattedra per insegnare a dei giovani cambogiani. La sociologia, in Europa, nacque come reazione a un insegnamento dell’economia troppo “economicistico” e che non teneva conto dei fattori extra-economici. A nostro avviso, pensare che questo automaticamente fosse altrettanto importante e sentito per la società cambogiana, che ha tutto un altro percorso storico, era arbitrario e non imponibile a loro nelle forme di un insegnamento accademico.

 

Su questi temi, sulle forme di partecipazione alla ricostruzione di un’università, ripercorrendo i livelli di conoscenza e di valorizzazione dei loro approcci, per poi insieme arrivare alla determinazione dei programmi di studio, ci fu la rottura col PIME. Al di là di chi avesse ragione o torto (non mi sembra che questo sia interessante oggi), quello che resta importante è che la rottura nacque su questo nodo, cioè su come concepire i processi culturali, di dialogo, di sedimentazione e di trasformazione dei fatti in idee, e delle idee in sistemi di insegnamento e di intervento nella società. Questo è uno dei nodi che ci restano di fronte irrisolti: su di esso vogliamo continuare a riflettere ed operare con questo nuovo progetto.

 

Un’altra faccia di questo stesso discorso rivolto al passato della nostra esperienza è quella del nostro incontro con i bambini di strada di Hanoi. Quando con Arrigo passammo dalla Cambogia ad Hanoi, in Vietnam, per caso ci imbattemmo nei bambini di strada. Un po’ per curiosità, un po’ per toglierci l’imbarazzo del loro inseguimento ovunque per venderci cartoline e giornali, individuammo il «covo» dove abitavano. Ci lasciammo trascinare in quella casa, e io ricordo che dissi al padrone della casa, al gestore: «Quanto vuoi per non farli uscire sulla strada, per mandarli a studiare così che non ci aggrediscano…». Su una battuta è nato un discorso che poi si rivelò molto proficuo, perché ci introdusse nel mondo dei bambini di strada del Vietnam e nel coacervo di problemi che gli stanno intorno: perché stanno nella città, qual è il processo (se c’è) di disgregazione dei villaggi e delle strutture familiari che in quei paesi sono senz’altro molto forti, e quali sono le ragioni di questi segni di malessere. Il rapporto e il dialogo con i bambini, e anche con chi se ne occupava, sono stati per noi un mezzo per capire cosa c’è dietro a questo grande mondo dell’agricoltura asiatica, il mondo della città e della campagna, il mondo della società vietnamita, cioè della famiglia, della religione e così via.

 

I bambini di strada iniziarono con noi un percorso di dialogo e di riflessione che aiutava noi a conoscerne meglio i problemi e loro a rendersene più partecipi, più coscienti. Se dovessi sintetizzare questo con una parola, direi che capimmo subito che parlare con questa realtà era un po’ come vedersi nello specchio, un po’ come ricevere continuamente dei riflessi, degli stimoli che ci portavano ad aggiustare i segni del volto (il nostro) e il modo di parlare per cercare di adeguarlo alle figure, alle immagini che ci stavano di fronte. E questo “come in uno specchio”, questo continuo riflettersi per cercare di aggiustare, di modificare, di migliorare la nostra presenza rispetto a loro, ma anche rispetto a noi stessi, mi pare un altro aspetto che rimane, che deve far parte di questo progetto.

 

Io credo che questo progetto Asia Urbs presenti un aspetto di tipo tecnocratico amministrativo ed uno più rivolto ai contenuti. Apparentemente è un progetto facile, non grande, con obiettivi ben definiti e limitati. Su alcuni di questi si può scivolare molto facilmente, proprio come si scivola sulle bucce di banana, insignificanti ma sulle quali ci si può anche rompere la testa. Quali sono questi aspetti da tenere presenti? Anzitutto noi abbiamo una grossa responsabilità, perché abbiamo coinvolto due amministrazioni comunali, Marzabotto e Roskilde, non tirandole dentro con la forza, ma attraverso un dialogo e una riflessione durata almeno cinque o sei anni. E’ chiaro che dobbiamo fare un progetto secondo le linee fissate, secondo un budget fissato e con criteri di trasparenza e di efficienza. E questo non dubito che riusciremo a farlo. Il problema, che è anche il valore aggiunto del progetto, è che noi mettiamo molto di più nel suo significato. Noi vorremmo che dopo il primo e dopo il secondo anno questi progetti vengano valutati, ma non solo in termini di efficienza costi/ricavi, di coerenza del progetto rispetto ai compiti fissati, ma anche rispetto a quei grandi interrogativi che richiamavo prima. Quando noi parliamo di dialogo interculturale, di possibilità e capacità di comunicare fra culture diverse, di nuove forme di apprendimento anche nel lavoro svolto partendo dai problemi del sociale e così via, partiamo da una serie di temi sui quali la Comunità Europea non ci chiederà conto, ma sui quali io invece ritengo che dovremmo elaborare dal nostro punto di vista una scheda di interrogativi, di problemi da verificare. Quindi ci sarà senz’altro una verifica di tipo contabile, di tipo efficienza costi/ricavi, obiettivi/mezzi, strumenti, e così via, come richiede l’Unione Europea, però credo che dovremmo anche arrivare a una verifica che verta su quei contenuti e su quelle cose delle quali ci siamo occupati finora.

Vorrei allora citare alcuni di questi possibili problemi e obiettivi. Anzitutto teniamo conto che questi progetti rientrano nelle linee delle politiche europee, e in particolare di quelle verso l’Asia ed il Mediterraneo, o altre aree. Questi interventi hanno tre linee di azione. La prima riguarda i grandi progetti, le grandi linee di bilancio dettate da ragioni di tipo geopolitico (la politica europea verso questa o quell’area, verso questo o quel paese). Qui ci sono le forti linee di bilancio e i grandi interventi militari ed economici e di tipo umanitario. Il Programma Asia Urbs non si colloca nell’area di queste grandi scelte dell’Unione Europea. Quelle sono scelte decise nei rapporti tra governi europei e governi di quei paesi (o a volte anche senza quei paesi, ma comunque a livello governativo).

 

Una seconda linea di azione dell’Unione Europea è quella dei progetti di “cooperazione economica”, i cosiddetti «progetti di sviluppo», rivolti a grandi forme di investimento, di creazione di infrastrutture, e così via. Anche questi interventi sono in genere concordati nei rapporti tra governi, spesso anche con la partecipazione di grandi imprese, perché sono progetti che mirano alla creazione di infrastrutture o strutture per interessi reciproci, per interessi comuni, o per interessi di chi li fa, o anche di chi li riceve.

 

Il nostro progetto appartiene a una terza linea di azione, molto piccola dal punto di vista quantitativo e dei finanziamenti, ma che noi abbiamo scelto, non solo perché non siamo né stati, né grandi imprese, ma anche perché è quella che ci sembra più utile per rispondere agli interrogativi che ci interessano e per dare nuovi contenuti prammatici ai rapporti tra stati, tra organizzazioni e tra persone. Il Progetto Asia Urbs appartiene alle forme di cooperazione che l’Unione Europea definisce «decentrate», nel senso che sono dei finanziamenti messi a disposizione di soggetti che non sono politici, né  economici, ma appartengono a quella nebulosa, tutta da definire ed indagare, della società civile, costituita da soggetti che per ragioni diverse sono interessati a stabilire forme di collaborazione, forme di partecipazione con altri paesi. Su questa linea di intervento si inserisce il Programma Asia Urbs, che consente a soggetti nuovi e diversi di partecipare all’elaborazione, alla gestione e alla valutazione di progetti, con la possibilità di sviluppare percorsi e concettualità diverse da quelle ufficiali. Non siamo perciò legati a un tipo di idea o di interpretazione del loro contenuto che seguano passivamente le grandi linee della politica sia dei vari stati che della stessa Unione Europea.

 

Su questa linea si sta lavorando da molti anni. Uno dei momenti chiave della cooperazione, che è stato un passo avanti nell’ambito della stessa Unione Europea, è stato il passaggio dal concetto di sviluppo a quello di co-sviluppo. Durante questa fase (fine anni ’70 / anni ’80) si sostenne giustamente che l’obiettivo non poteva essere quello dello sviluppo tout court, incapace di generare dinamiche che influiscano sul rapporto tra il forte e il debole. L’introduzione del concetto di co-sviluppo serve ad indicare un rapporto di crescita comune (crescita economica, ma anche intellettuale, culturale, ecc.) nel quale le posizioni relative di entrambe le parti crescono insieme, si modificano, si intrecciano, pur restando individuabili e misurabili. Questo fu un momento di avanzamento nella riflessione sullo sviluppo, con il concetto di co-sviluppo come nuova (negli anni ’80) strategia per intervenire in determinate situazioni. Poi, alla fine degli anni ’80 / inizio anni ’90 venne fuori un nuovo concetto, quello di partenariato. È stato usato soprattutto per i paesi mediterranei, e al di là delle giuste critiche di velleitarismo, rappresenta un nuovo avanzamento concettuale. Si tratta dell’idea che questi progetti, queste forme di rapporto dovrebbero portare a forme reali di collaborazione, per cui si parla addirittura, per il Mediterraneo, di una grande area di partenariato, quindi di convivenza, di sviluppo condiviso, e così via.

 

Questi progressi, dallo sviluppo al co-sviluppo e poi al partenariato, sono interessanti perché segnalano il bisogno di riflettere su concetti o su forme di passiva accettazione di cosa sono lo sviluppo e la crescita. Tuttavia danno per scontati alcuni passaggi che noi dovremmo e potremmo verificare coi nostri progetti. Quali? Per esempio, il co-sviluppo o il partenariato possono significare la volontà di arrivare al «Siamo tutti uguali», all’omologazione. Ora questo concetto non è espresso soltanto da chi, con intenzioni un po’ malvagie, pensa che noi siamo il centro del mondo, per cui gli altri crescono nella misura in cui si avvicinano a noi, e alla fine saremo tutti uguali, cioè tutti come noi.

 

Un modo più critico ma anche più articolato di affrontare questo problema ci viene da un autore che Arrigo ed io ricordiamo sempre con rispetto, Raimon Panikkar. Secondo questo autore, nell’incontro tra culture bisogna lasciarsi fecondare, cioè è necessario un travaso costante tra culture, in modo che nessuno si chiuda in sé. L’idea della “fecondazione” continua mette in rilievo l’importanza del rapporto con gli altri (dell’“amore”), che essendo un rapporto comprende l’amore per sé, ma suggerisce anche che la differenza non si annulla poiché ciascuno si evolverà ma restando una personalità (una società) distinta. La fecondazione significa quindi un miglioramento continuo e reciproco, ma nel mantenimento della diversità, considerata come un valore e non come un problema. Parlare di fecondazione però potrebbe anche voler dire che a un certo punto, come nei vasi comunicanti, tutti dovranno arrivare allo stesso livello. Io credo che questo problema (cosa significa un arricchimento attraverso il dialogo, attraverso la fecondazione reciproca, che porti però al rafforzamento dell’identità di ciascuno, di partenza ma anche di evoluzione), è uno degli interrogativi che noi dovremo riuscire a tenere presente e a cui dovremo cercare di dare risposta nelle nostre esperienze.

 

Un altro concetto su cui vorrei che si riflettesse è quello della povertà. La rilevanza sociale del nostro progetto, che è uno dei criteri sui quali si è ottenuto il finanziamento, è che si occupa di fenomeni legati alla povertà. Si occupa del malessere che ne deriva e dei cambiamenti che esprime, che vanno individuati e compresi per valutare se è utile intervenire e come. La differenza dell’Asia rispetto ad altre situazioni, per esempio quelle dell’America Latina, ma anche dell’Africa (chiedo scusa per queste generalizzazioni) e anche delle nostre grandi città dell’Europa, è questa: in Asia ci troviamo di fronte a fenomeni anche diffusi di “povertà”, però non ci troviamo ancora di fronte a fenomeni di “miseria”. La povertà e la miseria non sono la stessa cosa. La povertà è uno stato di chi dispone di pochi mezzi e con questi cerca e riesce a sopravvivere in uno stato di autonomia ed orgogliosa identità. La povertà è un esempio di sviluppo sostenibile. Smette di esserlo sia quando se ne fuoriesce come hanno fatto gli europei conquistandosi forme di ricchezza espropriate agli altri ed avviando un modello di crescita economica non riproducibile su scala mondiale perché insostenibile, oppure quando degenera verso la miseria. Infatti, se nella povertà gli equilibri molto delicati della sopravvivenza sono interrotti, con intrusioni nel ciclo di riproduzione che si ha in uno stato di povertà, allora si avvia un processo di degenerazione che porta verso forme di miseria, e quindi verso forme di aggressività e verso circoli che diventano viziosi e non più virtuosi. La miseria è insostenibile sia dal punto di vista delle risorse che da quello umano.

 

Il nostro intervento si colloca in una realtà in cui domina ancora la povertà e non la miseria (la miseria è quella degli slum, delle grandi città industriali, delle città caotiche dell’America Latina  e dell’Africa). La miseria è insostenibile, sia nel senso che tende a precipitare, e quindi a peggiorare continuamente le posizioni di recupero, sia perché è insostenibile per chi la vive. La povertà è sostenibile. Se qualcuno di voi è vicino alla mia età, sa che in Italia 50/60 anni fa c’erano regioni povere, però a guardare bene erano sostenibili. La miseria è arrivata dopo. La miseria è arrivata quando su quelle situazioni di povertà si sono inseriti fattori di destabilizzazione che hanno marginalizzato quelle aree distruggendo i già precari sistemi produttivi (invece di rinvigorirli) e hanno espulso le persone che vivevano nei poveri paesi del sud verso gli slum delle città del nord, innestando così un processo di miseria. Quindi degenerazione del tessuto familiare, del tessuto sociale, del contesto, dei redditi e così via, che hanno dato luogo a quella storia di scossoni e di tragedie che in fondo è la storia italiana degli ultimi 50 anni. Molti spesso lo dimenticano quando dicono: «Guarda dove siamo arrivati!». Si dimenticano di “contabilizzare” le macerie e i morti che abbiamo lasciato alle spalle in 50 anni di strada. Certo, a me fa piacere che dal vecchio Abruzzo, da cui i miei genitori vennero a piedi a Roma, oggi si possa arrivare a Roma in due ore in auto. Mi fa piacere, però non dimentico che quelle regioni, quei paesi, quelle città, per arrivare a che pochi di noi potessero oggi stare qui fra «noi ricchi», hanno prodotto in Italia due milioni di emigranti in 15 anni (un’emigrazione biblica, un’emigrazione che veramente nella storia europea ha trovato pochi altri casi simili) e, soprattutto, hanno prodotto una cancellazione di ogni identità culturale agricolo-pastorale, fino a ridurla a una condizione di cui vergognarsi.

 

Riflettere sui meccanismi della povertà e della miseria è importante, perché ovviamente noi dobbiamo evitare di scivolare verso la miseria, mentre la povertà deve restare un circuito virtuoso, che però di per sé non è sufficiente. E lì nasce la grande sfida. Cosa sono lo sviluppo, la crescita? Come trasformare situazioni di povertà che hanno una propria sostenibilità e una propria identità, aiutandole ad evolversi verso situazioni migliori, che non distruggano né modifichino il circolo virtuoso della povertà, ma lo valorizzino nel senso cioè che consentano un uso migliore delle risorse disponibili, possibilmente arricchite grazie allo studio, alla conoscenza, e anche, se volete, ai rapporti internazionali? Come aiutare una lievitazione delle comunità povere verso forme di vita più dignitose, ma senza mai avere quell’idea perversa di cancellarle, per cui da qui a 20 anni l’agricoltura sarà scomparsa e tutti faranno non si sa bene quali prodotti industriali non si sa bene in quali città (perché ancora non esistono)?

 

Io credo che il nostro progetto nasca un po’ da tutto questo. Quando dicevo: «come in uno specchio», intendevo dire che non siamo qui ad occuparci degli altri ma di noi stessi, del modo come percepiamo la nostra vita, la nostra comunità e la nostra economia. Quando diciamo che l’Italia e l’Europa devono crescere, avanzare e così via, dobbiamo tenere conto di questi stessi processi, e di come quindi bisogna trovare qual è il nucleo sano, e anche povero, da cui partire per evolversi verso situazioni di maggiore sostenibilità e di maggiore crescita, ma nel rispetto di questa sostenibilità, e non invece immaginarci scenari di sviluppo che sono assolutamente devastanti ( basta leggere le cronache quotidiane per rendersene conto).

Il nostro progetto, a mio avviso, contiene queste cose. E quando l’Unione Europea ci chiese di scrivere un capitolo: «Qual è la ricaduta per l’Europa di questo progetto», ricordo un po’ di imbarazzo. Arrigo disse, giustamente, un po’ irritato: «Ma cos’è questa ricaduta? Dobbiamo vendere più macchine in Asia del Sud-Est?». Ricordo che una volta andai all’ambasciata dell’Unione Europea ad Hanoi a chiedere fondi per un progetto di informazione e di una rete di autodifesa (un sistema di allarme nel Sud-Est asiatico nel caso di scomparsa di bambini di strada) autogestito dai ragazzi stessi. Informazione che evitasse due cose, che allora erano già evidenti: il rapimento dei bambini per prostituzione, e il rapimento dei bambino  per espianto di organi. Noi volevamo creare un sistema tipo SOS, di allarme, tra i bambini di strada. Che loro stessi fossero provvisti di antenne di comunicazione per cui, se spariva un bambino ad Hanoi, immediatamente lo sapevano in Thailandia. Ricordo che andai a parlare all’Unione Europea (c’era pure un sindacalista, fra l’altro di queste aree), e loro mi chiesero: «Ma qual è la ricaduta positiva sull’Europa di questo progetto?». Io non riuscii a capire bene, e questo è uno dei casi nei quali dobbiamo essere orgogliosi della nostra ignoranza. Ci sono casi in cui non capire vuol dire che non abbiamo in noi gli strumenti per capire quelle cose che ci vengono chieste. Segno concreto dell’innocenza del nostro spirito e della indisponibilità ad entrare in sistemi perversi di calcolo costi/ricavi. Tuttavia volevo capire, perché pensavo che la gente non è insensata. Chiesi quale fosse la loro idea di progetto. Se voi fate un progetto che serva a informare per esempio il turista occidentale, il turista italiano, perché vada lì e non usi i bambini per la prostituzione, o non si porti via i pezzi per venderli negli ospedali, ecco, questo ha una ricaduta positiva sull’Italia. Ma se lo facciamo solo per loro, perché imparino a difendersi, non va bene. Un meccanismo un po’ curioso. Adesso non lo approfondisco, ma ricordo che ci fu una certa incertezza. Non facemmo mai quel progetto, e forse non ci avrebbero mai dato i soldi per farlo.

 

Nel nostro progetto c’è una ricaduta di questi problemi che sono nostri e di altri. Dobbiamo approfondire anche questo: qual è la ricaduta positiva di questo progetto sulla povertà urbana dei giovani e dei bambini, in un momento in cui in Italia si parla molto dei giovani e dei bambini, della famiglia, del perché le coltellate, e così via. Io credo che una ricaduta è possibile. È possibile trarre vantaggio da questo esperimento così lontano, da queste realtà così diverse che però hanno mantenuto, rispetto a noi, istituzioni che noi abbiamo deciso di smantellare: la famiglia, il villaggio, una struttura ancora al 70% agricola, tutte cose che l’Italia aveva 50 anni fa, ma che noi abbiamo deciso che erano barbarie e che andavano annullate. Oggi ci viene offerto questo “laboratorio”, cioè un mondo (il mondo) che è ancora come noi eravamo e che ha partecipato in modo diverso dal nostro a ciò che è avvenuto nel frattempo: allora usiamolo proprio come fatto di conoscenza. Siamo grati ai vietnamiti che ci mettono a disposizione questa esperienza. In questo senso, credo, una ricaduta sull’Europa, e quindi su di noi, c’è in questo elemento di conoscenza, cioè nella possibilità di ripercorrere non solo mentalmente, ma realmente, dei percorsi che ci consentono di riflettere sulla nostra storia e sulle scelte future e le storie future sia nostre che di altri paesi, che noi spesso vogliamo andare ad aiutare.

 

E qui io farei una proposta, perché nel progetto, tra le giuste richieste dell’Unione Europea, c’è anche quella della partecipazione, cioè del coinvolgimento dei cittadini nei progetti. Una soluzione burocratica, ma non per questo inutile, è quella della produzione di una newsletter, di volantini, di incontri con le persone. Questo si può fare, e non è un problema, anche con le scuole. Però io mi chiedo se non è il caso di ricavarne qualcosa di più forte, di più profondo, che rimanga anche come risultato. Nel progetto è previsto che noi ogni anno dobbiamo fare un rapporto di valutazione. Questo lo faranno alcuni esperti. Io credo che noi dobbiamo aggiungere alle domande poste dall’Unione Europea ai valutatori del progetto le nostre domande di approfondimento, di risposta a certi interrogativi. Dobbiamo far sì che questo rapporto annuale di valutazione, oltre a fornire i dati tecnici richiesti dal Progetto, fornisca indicazioni utili alla valutazione di un pubblico molto più ampio, come può essere quello di questa sala, o di studenti, o di giovani, o di persone adulte che hanno esperienza se non altro come genitori. E quindi sollevi domande critiche: «Vi siete posti questo interrogativo? Queste iniziative sono concorrenti rispetto ad altre ? C’è coerenza tra l’approccio teorico e le intenzioni e le azioni intraprese?». La mia proposta è di trasformare questo esercizio, che potrebbe coinvolgere un gruppo più ampio di persone, in un vero programma di formazione ed apprendimento mediante la partecipazione. Chi riceverà il materiale sul progetto, chi lo leggerà, chi risponderà a certi interrogativi, chi parteciperà alle due o tre sessioni che faremo in due anni, avrà partecipato (avrà contribuito al progetto), avrà fatto una verifica su di noi, se abbiamo tenuto fede a questi discorsi sul dialogo, sull’interculturalità, su una forma diversa di crescita, sul discorso povertà/miseria, ecc. Alla fine di questo percorso avremo un progetto Asia Urbs che verrà sanzionato, valutato, difeso e criticato, non solo dal Sindaco di Marzabotto, da Arrigo Chieregatti e da Bruno Amoroso insieme al Sindaco di Roskilde, ma da 50 cittadini di Bologna, di Roskilde e del Vietnam che avranno partecipato come gruppi allargati di monitoraggio a questa impresa e a questi sforzi.

 

Con questo volevo solo indicare alcuni percorsi possibili. Penso, e su questo concludo, che in tal modo noi veramente avremmo da un lato adempiuto a tutti i compiti che ci vengono richiesti da un progetto di questo genere, ma nel contempo avremmo anche collocato il progetto all’interno di quel dialogo che portiamo avanti con molti di voi da parecchi anni, e che ci sta arricchendo reciprocamente. Questo progetto ci offre uno strumento, limitato ma importante, per continuare questo cammino.

 

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