Dopo le cose
dette nel corso del presente seminario, credo mi resti solo da parlare degli aspetti
pratici o di informazione sui progetti. Mi limiterò a brevi cenni sul passato,
sul presente e sul futuro di queste attività. Però, forse, dovrei iniziare dal
perché sono qui. È vero che molti di voi sono abituati a vedere Arrigo e me in
varie occasioni. Tuttavia ogni occasione ha una sua ragion d’essere. Io sono
qui, oggi, per ragioni in primo luogo istituzionali. Una delle condizioni del
Programma Asia Urbs è che vi devono partecipare due municipalità europee ed
una asiatica. Le municipalità europee sono, in questo caso, Marzabotto,
capofila del progetto, e Roskilde, in Danimarca, dove si trova anche la mia
università.
Oltre a
questa ragione istituzionale del perché siamo insieme qui, Arrigo ed io, ce
n’è una storico-culturale. Una ragione che riguarda un po’ quella che è la
storia di questo progetto. Un progetto, quando è scritto sulla carta, sembra
funzionale a se stesso, fatto per dare risposta ad una offerta di finanziamento,
in questo caso dell’Unione Europea. In realtà, in questo caso, non è così.
Questo progetto ha avuto un periodo di elaborazione di almeno quattro anni, e
sia per i contenuti che ha scelto, sia per la partnership
che si è creata tra noi e voi, quindi tra Marzabotto, Bologna, Roskilde, ha
avuto un periodo di riflessione e di tormenti che è approdato a questo progetto
specifico quando l’Unione Europea ha annunciato l’intenzione di muoversi in
questa direzione.
Qualche
richiamo al passato delle nostre attività. Le riflessioni su alcuni temi che
fanno da contesto a questo progetto (il dialogo culturale e inter-culturale, cioè
se dialogare o no, e chi dialoga con chi; gli aspetti sociali e culturali, e
quindi l’intreccio che c’è fra queste cose; le forme politiche nostre e
degli altri) sono iniziate partecipando con Arrigo ad un progetto in Cambogia.
Desidero richiamare quell’esperienza perché nei suoi aspetti, sia positivi
che negativi, ci ha dato la spinta a continuare. Era un progetto sulle università
cambogiane che Arrigo gestiva per conto del PIME, un’organizzazione
missionaria. Io anche allora fui coinvolto e credo sia utile richiamare la
conclusione di quell’esperienza, umana e culturale. Noi uscimmo da quel
progetto a causa di un conflitto con il PIME sulla sua gestione ed ispirazione.
Non richiamo quel conflitto per determinare chi avesse ragione o torto, ma perché
verteva su uno dei nodi che restano tuttora irrisolti e che noi, anche in questo
progetto, dovremo cercare di approfondire.
Qual era
la ragione del dissenso? Si trattava di un progetto universitario, quindi si
insegnava sociologia, economia, filosofia, ecc. Lo scontro tra il PIME (coperto
sul piano accademico dall’Università cattolica di Milano, quindi da gente
assolutamente seria sul piano scientifico) e noi (Università di Bologna e di
Roskilde) nacque proprio sui contenuti, e sull’approccio da seguire
nell’insegnamento e nella ricerca. La tesi sostenuta dall’Università
cattolica di Milano e dal PIME era basata su un concetto di efficienza nella
creazione di un’università raggiungibile, a loro parere, fornendo delle
solide basi teoriche a chi studia e chi insegna, capaci di sedimentarsi e
trasformarsi in opportunità di professionalità e di lavoro. Il che era giusto
ed in parte era anche una nostra preoccupazione. La divisione fu sul metodo e
sulle forme di apprendimento. La Cattolica insegnava economia e sociologia su
autori e testi delle università europee. La storia, sia delle società che
delle idee, era quella europea. Cioè si insegnava, non l’economia di mercato,
che già sarebbe un passo avanti, ma l’economia capitalistica di mercato,
quindi una forma molto particolare di economia che ha senso perché è parte
della nostra storia. Ma i paesi che non hanno avuto un capitalismo nella loro
storia sono paesi in cui c’è il mercato ma non c’è il capitalismo. Quindi
l’economia, a nostro avviso, andava insegnata partendo dai loro mercati, dalle
loro forme di organizzazione materiale, dalla loro percezione e formulazione dei
bisogni. Lo stesso può dirsi per la sociologia. Ricordo che questi professori,
fra i migliori della Cattolica, ritenevano che la conoscenza del pensiero di Max
Weber fosse per questi docenti e studenti la condizione necessaria perché
potessero poi accedere con decenza ad una cattedra per insegnare a dei giovani
cambogiani. La sociologia, in Europa, nacque come reazione a un insegnamento
dell’economia troppo “economicistico” e che non teneva conto dei fattori
extra-economici. A nostro avviso, pensare che questo automaticamente fosse
altrettanto importante e sentito per la società cambogiana, che ha tutto un
altro percorso storico, era arbitrario e non imponibile a loro nelle forme di un
insegnamento accademico.
Su questi
temi, sulle forme di partecipazione alla ricostruzione di un’università,
ripercorrendo i livelli di conoscenza e di valorizzazione dei loro approcci, per
poi insieme arrivare alla determinazione dei programmi di studio, ci fu la
rottura col PIME. Al di là di chi avesse ragione o torto (non mi sembra che
questo sia interessante oggi), quello che resta importante è che la rottura
nacque su questo nodo, cioè su come concepire i processi culturali, di dialogo,
di sedimentazione e di trasformazione dei fatti in idee, e delle idee in sistemi
di insegnamento e di intervento nella società. Questo è uno dei nodi che ci
restano di fronte irrisolti: su di esso vogliamo continuare a riflettere ed
operare con questo nuovo progetto.
Un’altra
faccia di questo stesso discorso rivolto al passato della nostra esperienza è
quella del nostro incontro con i bambini di strada di Hanoi. Quando con Arrigo
passammo dalla Cambogia ad Hanoi, in Vietnam, per caso ci imbattemmo nei bambini
di strada. Un po’ per curiosità, un po’ per toglierci l’imbarazzo del
loro inseguimento ovunque per venderci cartoline e giornali, individuammo il «covo»
dove abitavano. Ci lasciammo trascinare in quella casa, e io ricordo che dissi
al padrone della casa, al gestore: «Quanto vuoi per non farli uscire sulla
strada, per mandarli a studiare così che non ci aggrediscano…». Su una
battuta è nato un discorso che poi si rivelò molto proficuo, perché ci
introdusse nel mondo dei bambini di strada del Vietnam e nel coacervo di
problemi che gli stanno intorno: perché stanno nella città, qual è il
processo (se c’è) di disgregazione dei villaggi e delle strutture familiari
che in quei paesi sono senz’altro molto forti, e quali sono le ragioni di
questi segni di malessere. Il rapporto e il dialogo con i bambini, e anche con
chi se ne occupava, sono stati per noi un mezzo per capire cosa c’è dietro a
questo grande mondo dell’agricoltura asiatica, il mondo della città e della
campagna, il mondo della società vietnamita, cioè della famiglia, della
religione e così via.
I bambini di
strada iniziarono con noi un percorso di dialogo e di riflessione che aiutava
noi a conoscerne meglio i problemi e loro a rendersene più partecipi, più
coscienti. Se dovessi sintetizzare questo con una parola, direi che capimmo
subito che parlare con questa realtà era un po’ come vedersi nello specchio,
un po’ come ricevere continuamente dei riflessi, degli stimoli che ci
portavano ad aggiustare i segni del volto (il nostro) e il modo di parlare per
cercare di adeguarlo alle figure, alle immagini che ci stavano di fronte. E
questo “come in uno specchio”, questo continuo riflettersi per cercare di
aggiustare, di modificare, di migliorare la nostra presenza rispetto a loro, ma
anche rispetto a noi stessi, mi pare un altro aspetto che rimane, che deve far
parte di questo progetto.
Io credo che
questo progetto Asia Urbs presenti un aspetto di tipo tecnocratico
amministrativo ed uno più rivolto ai contenuti. Apparentemente è un progetto
facile, non grande, con obiettivi ben definiti e limitati. Su alcuni di questi
si può scivolare molto facilmente, proprio come si scivola sulle bucce di
banana, insignificanti ma sulle quali ci si può anche rompere la testa. Quali
sono questi aspetti da tenere presenti? Anzitutto noi abbiamo una grossa
responsabilità, perché abbiamo coinvolto due amministrazioni comunali,
Marzabotto e Roskilde, non tirandole dentro con la forza, ma attraverso un
dialogo e una riflessione durata almeno cinque o sei anni. E’ chiaro che
dobbiamo fare un progetto secondo le linee fissate, secondo un budget fissato e
con criteri di trasparenza e di efficienza. E questo non dubito che riusciremo a
farlo. Il problema, che è anche il valore aggiunto del progetto, è che noi
mettiamo molto di più nel suo significato. Noi vorremmo che dopo il primo e
dopo il secondo anno questi progetti vengano valutati, ma non solo in termini di
efficienza costi/ricavi, di coerenza del progetto rispetto ai compiti fissati,
ma anche rispetto a quei grandi interrogativi che richiamavo prima. Quando noi
parliamo di dialogo interculturale, di possibilità e capacità di comunicare
fra culture diverse, di nuove forme di apprendimento anche nel lavoro svolto
partendo dai problemi del sociale e così via, partiamo da una serie di temi sui
quali la Comunità Europea non ci chiederà conto, ma sui quali io invece
ritengo che dovremmo elaborare dal nostro punto di vista una scheda di
interrogativi, di problemi da verificare. Quindi ci sarà senz’altro una
verifica di tipo contabile, di tipo efficienza costi/ricavi, obiettivi/mezzi,
strumenti, e così via, come richiede l’Unione Europea, però credo che
dovremmo anche arrivare a una verifica che verta su quei contenuti e su quelle
cose delle quali ci siamo occupati finora.
Vorrei allora
citare alcuni di questi possibili problemi e obiettivi. Anzitutto teniamo conto
che questi progetti rientrano nelle linee delle politiche europee, e in
particolare di quelle verso l’Asia ed il Mediterraneo, o altre aree. Questi
interventi hanno tre linee di azione. La prima riguarda i grandi progetti, le
grandi linee di bilancio dettate da ragioni di tipo geopolitico (la politica
europea verso questa o quell’area, verso questo o quel paese). Qui ci sono le
forti linee di bilancio e i grandi interventi militari ed economici e di tipo
umanitario. Il Programma Asia Urbs non si colloca nell’area di queste grandi
scelte dell’Unione Europea. Quelle sono scelte decise nei rapporti tra governi
europei e governi di quei paesi (o a volte anche senza quei paesi, ma comunque a
livello governativo).
Una seconda
linea di azione dell’Unione Europea è quella dei progetti di “cooperazione
economica”, i cosiddetti «progetti di sviluppo», rivolti a grandi forme di
investimento, di creazione di infrastrutture, e così via. Anche questi
interventi sono in genere concordati nei rapporti tra governi, spesso anche con
la partecipazione di grandi imprese, perché sono progetti che mirano alla
creazione di infrastrutture o strutture per interessi reciproci, per interessi
comuni, o per interessi di chi li fa, o anche di chi li riceve.
Il nostro
progetto appartiene a una terza linea di azione, molto piccola dal punto di
vista quantitativo e dei finanziamenti, ma che noi abbiamo scelto, non solo
perché non siamo né stati, né grandi imprese, ma anche perché è quella che
ci sembra più utile per rispondere agli interrogativi che ci interessano e per
dare nuovi contenuti prammatici ai rapporti tra stati, tra organizzazioni e tra
persone. Il Progetto Asia Urbs appartiene alle forme di cooperazione che
l’Unione Europea definisce «decentrate», nel senso che sono dei
finanziamenti messi a disposizione di soggetti che non sono politici, né economici, ma appartengono a quella nebulosa, tutta da
definire ed indagare, della società civile, costituita da soggetti che per
ragioni diverse sono interessati a stabilire forme di collaborazione, forme di
partecipazione con altri paesi. Su questa linea di intervento si inserisce il
Programma Asia Urbs, che consente a soggetti nuovi e diversi di partecipare
all’elaborazione, alla gestione e alla valutazione di progetti, con la
possibilità di sviluppare percorsi e concettualità diverse da quelle
ufficiali. Non siamo perciò legati a un tipo di idea o di interpretazione del
loro contenuto che seguano passivamente le grandi linee della politica sia dei
vari stati che della stessa Unione Europea.
Su questa
linea si sta lavorando da molti anni. Uno dei momenti chiave della cooperazione,
che è stato un passo avanti nell’ambito della stessa Unione Europea, è stato
il passaggio dal concetto di sviluppo a quello di co-sviluppo. Durante questa
fase (fine anni ’70 / anni ’80) si sostenne giustamente che l’obiettivo
non poteva essere quello dello sviluppo tout
court, incapace di generare dinamiche che influiscano sul rapporto tra il
forte e il debole. L’introduzione del concetto di co-sviluppo serve ad
indicare un rapporto di crescita comune (crescita economica, ma anche
intellettuale, culturale, ecc.) nel quale le posizioni relative di entrambe le
parti crescono insieme, si modificano, si intrecciano, pur restando
individuabili e misurabili. Questo fu un momento di avanzamento nella
riflessione sullo sviluppo, con il concetto di co-sviluppo come nuova (negli
anni ’80) strategia per intervenire in determinate situazioni. Poi, alla fine
degli anni ’80 / inizio anni ’90 venne fuori un nuovo concetto, quello di
partenariato. È stato usato soprattutto per i paesi mediterranei, e al di là
delle giuste critiche di velleitarismo, rappresenta un nuovo avanzamento
concettuale. Si tratta dell’idea che questi progetti, queste forme di rapporto
dovrebbero portare a forme reali di collaborazione, per cui si parla
addirittura, per il Mediterraneo, di una grande area di partenariato, quindi di
convivenza, di sviluppo condiviso, e così via.
Questi
progressi, dallo sviluppo al co-sviluppo e poi al partenariato, sono
interessanti perché segnalano il bisogno di riflettere su concetti o su forme
di passiva accettazione di cosa sono lo sviluppo e la crescita. Tuttavia danno
per scontati alcuni passaggi che noi dovremmo e potremmo verificare coi nostri
progetti. Quali? Per esempio, il co-sviluppo o il partenariato possono
significare la volontà di arrivare al «Siamo tutti uguali»,
all’omologazione. Ora questo concetto non è espresso soltanto da chi, con
intenzioni un po’ malvagie, pensa che noi siamo il centro del mondo, per cui
gli altri crescono nella misura in cui si avvicinano a noi, e alla fine saremo
tutti uguali, cioè tutti come noi.
Un modo più
critico ma anche più articolato di affrontare questo problema ci viene da un
autore che Arrigo ed io ricordiamo sempre con rispetto, Raimon Panikkar. Secondo
questo autore, nell’incontro tra culture bisogna lasciarsi fecondare, cioè è
necessario un travaso costante tra culture, in modo che nessuno si chiuda in sé.
L’idea della “fecondazione” continua mette in rilievo l’importanza del
rapporto con gli altri (dell’“amore”), che essendo un rapporto comprende
l’amore per sé, ma suggerisce anche che la differenza non si annulla poiché
ciascuno si evolverà ma restando una personalità (una società) distinta. La
fecondazione significa quindi un miglioramento continuo e reciproco, ma nel
mantenimento della diversità, considerata come un valore e non come un
problema. Parlare di fecondazione però potrebbe anche voler dire che a un certo
punto, come nei vasi comunicanti, tutti dovranno arrivare allo stesso livello.
Io credo che questo problema (cosa significa un arricchimento attraverso il
dialogo, attraverso la fecondazione reciproca, che porti però al rafforzamento
dell’identità di ciascuno, di partenza ma anche di evoluzione), è uno degli
interrogativi che noi dovremo riuscire a tenere presente e a cui dovremo cercare
di dare risposta nelle nostre esperienze.
Un altro
concetto su cui vorrei che si riflettesse è quello della povertà. La rilevanza
sociale del nostro progetto, che è uno dei criteri sui quali si è ottenuto il
finanziamento, è che si occupa di fenomeni legati alla povertà. Si occupa del
malessere che ne deriva e dei cambiamenti che esprime, che vanno individuati e
compresi per valutare se è utile intervenire e come. La differenza dell’Asia
rispetto ad altre situazioni, per esempio quelle dell’America Latina, ma anche
dell’Africa (chiedo scusa per queste generalizzazioni) e anche delle nostre
grandi città dell’Europa, è questa: in Asia ci troviamo di fronte a fenomeni
anche diffusi di “povertà”, però non ci troviamo ancora di fronte a
fenomeni di “miseria”. La povertà e la miseria non sono la stessa cosa. La
povertà è uno stato di chi dispone di pochi mezzi e con questi cerca e riesce
a sopravvivere in uno stato di autonomia ed orgogliosa identità. La povertà è
un esempio di sviluppo sostenibile. Smette di esserlo sia quando se ne fuoriesce
come hanno fatto gli europei conquistandosi forme di ricchezza espropriate agli
altri ed avviando un modello di crescita economica non riproducibile su scala
mondiale perché insostenibile, oppure quando degenera verso la miseria.
Infatti, se nella povertà gli equilibri molto delicati della sopravvivenza sono
interrotti, con intrusioni nel ciclo di riproduzione che si ha in uno stato di
povertà, allora si avvia un processo di degenerazione che porta verso forme di
miseria, e quindi verso forme di aggressività e verso circoli che diventano
viziosi e non più virtuosi. La miseria è insostenibile sia dal punto di vista
delle risorse che da quello umano.
Il nostro
intervento si colloca in una realtà in cui domina ancora la povertà e non la
miseria (la miseria è quella degli slum,
delle grandi città industriali, delle città caotiche dell’America Latina
e dell’Africa). La miseria è insostenibile, sia nel senso che tende a
precipitare, e quindi a peggiorare continuamente le posizioni di recupero, sia
perché è insostenibile per chi la vive. La povertà è sostenibile. Se
qualcuno di voi è vicino alla mia età, sa che in Italia 50/60 anni fa
c’erano regioni povere, però a guardare bene erano sostenibili. La miseria è
arrivata dopo. La miseria è arrivata quando su quelle situazioni di povertà si
sono inseriti fattori di destabilizzazione che hanno marginalizzato quelle aree
distruggendo i già precari sistemi produttivi (invece di rinvigorirli) e hanno
espulso le persone che vivevano nei poveri paesi del sud verso gli slum
delle città del nord, innestando così un processo di miseria. Quindi
degenerazione del tessuto familiare, del tessuto sociale, del contesto, dei
redditi e così via, che hanno dato luogo a quella storia di scossoni e di
tragedie che in fondo è la storia italiana degli ultimi 50 anni. Molti spesso
lo dimenticano quando dicono: «Guarda dove siamo arrivati!». Si dimenticano di
“contabilizzare” le macerie e i morti che abbiamo lasciato alle spalle in 50
anni di strada. Certo, a me fa piacere che dal vecchio Abruzzo, da cui i miei
genitori vennero a piedi a Roma, oggi si possa arrivare a Roma in due ore in
auto. Mi fa piacere, però non dimentico che quelle regioni, quei paesi, quelle
città, per arrivare a che pochi di noi potessero oggi stare qui fra «noi
ricchi», hanno prodotto in Italia due milioni di emigranti in 15 anni
(un’emigrazione biblica, un’emigrazione che veramente nella storia europea
ha trovato pochi altri casi simili) e, soprattutto, hanno prodotto una
cancellazione di ogni identità culturale agricolo-pastorale, fino a ridurla a
una condizione di cui vergognarsi.
Riflettere
sui meccanismi della povertà e della miseria è importante, perché ovviamente
noi dobbiamo evitare di scivolare verso la miseria, mentre la povertà deve
restare un circuito virtuoso, che però di per sé non è sufficiente. E lì
nasce la grande sfida. Cosa sono lo sviluppo, la crescita? Come trasformare
situazioni di povertà che hanno una propria sostenibilità e una propria
identità, aiutandole ad evolversi verso situazioni migliori, che non
distruggano né modifichino il circolo virtuoso della povertà, ma lo
valorizzino nel senso cioè che consentano un uso migliore delle risorse
disponibili, possibilmente arricchite grazie allo studio, alla conoscenza, e
anche, se volete, ai rapporti internazionali? Come aiutare una lievitazione
delle comunità povere verso forme di vita più dignitose, ma senza mai avere
quell’idea perversa di cancellarle, per cui da qui a 20 anni l’agricoltura
sarà scomparsa e tutti faranno non si sa bene quali prodotti industriali non si
sa bene in quali città (perché ancora non esistono)?
Io credo che
il nostro progetto nasca un po’ da tutto questo. Quando dicevo: «come in uno
specchio», intendevo dire che non siamo qui ad occuparci degli altri ma di noi
stessi, del modo come percepiamo la nostra vita, la nostra comunità e la nostra
economia. Quando diciamo che l’Italia e l’Europa devono crescere, avanzare e
così via, dobbiamo tenere conto di questi stessi processi, e di come quindi
bisogna trovare qual è il nucleo sano, e anche povero, da cui partire per
evolversi verso situazioni di maggiore sostenibilità e di maggiore crescita, ma
nel rispetto di questa sostenibilità, e non invece immaginarci scenari di
sviluppo che sono assolutamente devastanti ( basta leggere le cronache
quotidiane per rendersene conto).
Il nostro
progetto, a mio avviso, contiene queste cose. E quando l’Unione Europea ci
chiese di scrivere un capitolo: «Qual è la ricaduta per l’Europa di questo
progetto», ricordo un po’ di imbarazzo. Arrigo disse, giustamente, un po’
irritato: «Ma cos’è questa ricaduta? Dobbiamo vendere più macchine in Asia
del Sud-Est?». Ricordo che una volta andai all’ambasciata dell’Unione
Europea ad Hanoi a chiedere fondi per un progetto di informazione e di una rete
di autodifesa (un sistema di allarme nel Sud-Est asiatico nel caso di scomparsa
di bambini di strada) autogestito dai ragazzi stessi. Informazione che evitasse
due cose, che allora erano già evidenti: il rapimento dei bambini per
prostituzione, e il rapimento dei bambino per
espianto di organi. Noi volevamo creare un sistema tipo SOS, di allarme, tra i
bambini di strada. Che loro stessi fossero provvisti di antenne di comunicazione
per cui, se spariva un bambino ad Hanoi, immediatamente lo sapevano in
Thailandia. Ricordo che andai a parlare all’Unione Europea (c’era pure un
sindacalista, fra l’altro di queste aree), e loro mi chiesero: «Ma qual è la
ricaduta positiva sull’Europa di questo progetto?». Io non riuscii a capire
bene, e questo è uno dei casi nei quali dobbiamo essere orgogliosi della nostra
ignoranza. Ci sono casi in cui non capire vuol dire che non abbiamo in noi gli
strumenti per capire quelle cose che ci vengono chieste. Segno concreto
dell’innocenza del nostro spirito e della indisponibilità ad entrare in
sistemi perversi di calcolo costi/ricavi. Tuttavia volevo capire, perché
pensavo che la gente non è insensata. Chiesi quale fosse la loro idea di
progetto. Se voi fate un progetto che serva a informare per esempio il turista
occidentale, il turista italiano, perché vada lì e non usi i bambini per la
prostituzione, o non si porti via i pezzi per venderli negli ospedali, ecco,
questo ha una ricaduta positiva sull’Italia. Ma se lo facciamo solo per loro,
perché imparino a difendersi, non va bene. Un meccanismo un po’ curioso.
Adesso non lo approfondisco, ma ricordo che ci fu una certa incertezza. Non
facemmo mai quel progetto, e forse non ci avrebbero mai dato i soldi per farlo.
Nel nostro
progetto c’è una ricaduta di questi problemi che sono nostri e di altri.
Dobbiamo approfondire anche questo: qual è la ricaduta positiva di questo
progetto sulla povertà urbana dei giovani e dei bambini, in un momento in cui
in Italia si parla molto dei giovani e dei bambini, della famiglia, del perché
le coltellate, e così via. Io credo che una ricaduta è possibile. È possibile
trarre vantaggio da questo esperimento così lontano, da queste realtà così
diverse che però hanno mantenuto, rispetto a noi, istituzioni che noi abbiamo
deciso di smantellare: la famiglia, il villaggio, una struttura ancora al 70%
agricola, tutte cose che l’Italia aveva 50 anni fa, ma che noi abbiamo deciso
che erano barbarie e che andavano annullate. Oggi ci viene offerto questo
“laboratorio”, cioè un mondo (il mondo) che è ancora come noi eravamo e
che ha partecipato in modo diverso dal nostro a ciò che è avvenuto nel
frattempo: allora usiamolo proprio come fatto di conoscenza. Siamo grati ai
vietnamiti che ci mettono a disposizione questa esperienza. In questo senso,
credo, una ricaduta sull’Europa, e quindi su di noi, c’è in questo elemento
di conoscenza, cioè nella possibilità di ripercorrere non solo mentalmente, ma
realmente, dei percorsi che ci consentono di riflettere sulla nostra storia e
sulle scelte future e le storie future sia nostre che di altri paesi, che noi
spesso vogliamo andare ad aiutare.
E qui io
farei una proposta, perché nel progetto, tra le giuste richieste dell’Unione
Europea, c’è anche quella della partecipazione, cioè del coinvolgimento dei
cittadini nei progetti. Una soluzione burocratica, ma non per questo inutile, è
quella della produzione di una newsletter, di volantini, di incontri con le
persone. Questo si può fare, e non è un problema, anche con le scuole. Però
io mi chiedo se non è il caso di ricavarne qualcosa di più forte, di più
profondo, che rimanga anche come risultato. Nel progetto è previsto che noi
ogni anno dobbiamo fare un rapporto di valutazione. Questo lo faranno alcuni
esperti. Io credo che noi dobbiamo aggiungere alle domande poste dall’Unione
Europea ai valutatori del progetto le nostre domande di approfondimento, di
risposta a certi interrogativi. Dobbiamo far sì che questo rapporto annuale di
valutazione, oltre a fornire i dati tecnici richiesti dal Progetto, fornisca
indicazioni utili alla valutazione di un pubblico molto più ampio, come può
essere quello di questa sala, o di studenti, o di giovani, o di persone adulte
che hanno esperienza se non altro come genitori. E quindi sollevi domande
critiche: «Vi siete posti questo interrogativo? Queste iniziative sono
concorrenti rispetto ad altre ? C’è coerenza tra l’approccio teorico e le
intenzioni e le azioni intraprese?». La mia proposta è di trasformare questo
esercizio, che potrebbe coinvolgere un gruppo più ampio di persone, in un vero
programma di formazione ed apprendimento mediante la partecipazione. Chi riceverà
il materiale sul progetto, chi lo leggerà, chi risponderà a certi
interrogativi, chi parteciperà alle due o tre sessioni che faremo in due anni,
avrà partecipato (avrà contribuito al progetto), avrà fatto una verifica su
di noi, se abbiamo tenuto fede a questi discorsi sul dialogo,
sull’interculturalità, su una forma diversa di crescita, sul discorso povertà/miseria,
ecc. Alla fine di questo percorso avremo un progetto Asia Urbs che verrà
sanzionato, valutato, difeso e criticato, non solo dal Sindaco di Marzabotto, da
Arrigo Chieregatti e da Bruno Amoroso insieme al Sindaco di Roskilde, ma da 50
cittadini di Bologna, di Roskilde e del Vietnam che avranno partecipato come
gruppi allargati di monitoraggio a questa impresa e a questi sforzi.
Con questo
volevo solo indicare alcuni percorsi possibili. Penso, e su questo concludo, che
in tal modo noi veramente avremmo da un lato adempiuto a tutti i compiti che ci
vengono richiesti da un progetto di questo genere, ma nel contempo avremmo anche
collocato il progetto all’interno di quel dialogo che portiamo avanti con
molti di voi da parecchi anni, e che ci sta arricchendo reciprocamente. Questo
progetto ci offre uno strumento, limitato ma importante, per continuare questo
cammino.